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10 cose che non sapevate sulla catastrofe di Chernobyl

10 cose che non sapevate sulla catastrofe di Chernobyl

Il 26 aprile è il 30° anniversario della catastrofe nucleare di Chernobyl. Ecco 10 fatti non troppo conosciuti sul disastro nucleare più grande della storia.

1. Poteva accadere di giorno

Il 26 aprile del 1986 all’1 e 23 minuti di notte, nel corso di un test di sicurezza si verificò un’esplosione nel reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl. Fu un concorso di negligenze organizzative, mancanze strutturali e fattore umano.

A quanto pare il test doveva essere condotto di giorno, da personale appositamente preparato, ma poi, a causa di un parallelo calo nella rete che garantiva l’energia alla vicina Kiev il via libera per ridurre la potenza del reattore di Chernobyl, senza rischiare deficit di fornitura, venne dato solo di notte, quando era in servizio personale all’oscuro delle procedure di emergenza.

La reazione sfuggì di controllo ed i sistemi di sicurezza erano stati disattivati, perciò l’esplosione nel nucleo radioattivo scoperchiò letteralmente il reattore provocando una fuoriuscita di iodio e cesio radioattivi nell’aria.

2. Allarme differito

Gli abitanti di Pripyat rimasero esposti alle radiazioni ignari dell’accaduto per 33 ore. Soltanto nel pomeriggio del 27 aprile alla radio venne comunicato l’ordine di evacuazione di tutta la popolazione. Nel resto dell’Unione Sovietica la notizia venne diffusa il 28 aprile con uno scarno comunicato del notiziario della tv di stato:

“Nella centrale nucleare di Chernobyl si è verificato un incidente. Uno dei reattori nucleari è stato danneggiato. Vengono adottate tutte le misure per la liquidazione delle conseguenze. Viene prestato soccorso alle persone coinvolte. E’ stata creata una commissione governativa”

Intanto la nube radioattiva, spinta dal vento che soffiava verso nord, investì la Bielorussia e poi la Scandinavia. Fu proprio dalla Svezia che partì l’allarme della comunità internazionale, dopo che venne rilevata una radioattività nell’aria di gran lunga superiore alla norma. In Svezia non si erano però verificati incidenti nelle centrali nucleari, e neanche in Polonia, da dove i tecnici di Stoccolma pensavano che arrivasse l’allarme. Il 28 aprile un satellite americano mostrò le prime fotografie aeree dell’incendio al reattore di Pripyat.

I “liquidatori”. Un nome che ha consegnato alla storia le gesta di quasi 600 mila uomini che tra il 1986 e il 1991 hanno rischiato la loro vita per eliminare le conseguenze della catastrofe. Secondo le stime 25 mila di loro sono morti. I primi sono stati i pompieri di Pripyat, chiamati a intervenire nella notte del 26 aprile per spegnere quello che pensavano fosse un normale incendio.

Poi, nei giorni successivi, arrivarono a Pripyat da tutta l’Unione Sovietica uomini di varia provenienza ed esperienza. Persone spinte anche dalla possibilità di ricevere un compenso di 100 rubli —che allora erano una grande somma- ma ignare del rischio che correvano. I Liquidatori uscivano sul tetto del reattore armati di pale e badili per buttare in basso sabbia, boro, blocchi di grafite sopra il nucleo radioattivo.

Ogni sortita durava al massimo 40 secondi e si andava avanti 24 ore su 24. Agli occhi di un pubblico preoccupato per le conseguenze della catastrofe, ma poco informato a riguardo, i liquidatori divennero gli eroi di questa tragedia.

10 cose che non sapevate sulla catastrofe di Chernobyl
© SPUTNIK. SERGEY STAROSTENKO
“A coloro che salvarono il mondo”. Il monumento ai pompieri che spensero l’incendio nel reattore della centrale nucleare di Chernobyl

4. Dopo la catastrofe Chernobyl ha continuato a funzionare

Al momento della catastrofe, la centrale nucleare “Vladimir Lenin” di Chernobyl era la più potente dell’URSS. Dopo la catastrofe del 26 aprile 1986, gli altri tre reattori rimasero ancora in funzione e per un anno intero, fino al maggio del 1987, proseguì anche la costruzione del 5° e 6° reattore, poi interrotta. L’11 ottobre del 1991, dopo un incendio nella sala macchine venne spento il reattore numero 2. Il reattore più vecchio, il numero 1, venne spento dieci anni dopo la catastrofe, il 30 novembre 1996, dopo che nel 1995 un avaria al sistema di raffreddamento aveva provocato una nuova fuoriuscita di radioattività.

Il 15 dicembre 2000 su decreto del presidente ucraino Leonid Kuchma, infine venne spento anche l’ultimo reattore funzionante, il numero 3. Tutto finito? No di certo. Il combustibile nucleare è ancora tutto nei reattori, la cui completa dismissione è prevista soltanto nel 2065. Attualmente nel sito nucleare di Chernobyl lavorano ogni giorno 2000 persone, tre volte meno rispetto alla forza lavoro impiegata trent’anni fa.

5. I “capelli di Elena” e la “zampa di elefante”

Nella retorica della catastrofe ha trovato posto anche la fantasia. I “capelli di Elena” — si chiamano così i residui radioattivi rimasta attaccati al “coperchio” del reattore che dopo l’esplosione è saltato in aria e si trova in bilico nel sarcofago che ricopre il reattore numero 4. Il nome tecnico del coperchio è “Component E”, da cui il soprannome di Elena. La “zampa di elefante” è invece il primo mostro nato dalla catastrofe nucleare del 26 aprile 1986. Si tratta di una massa solidificata di combustibile nucleare mischiato a detriti, sabbia, e grafite, lunga circa 2 metri ed alta 70cm, situata nel luogo dove si trovava la base del nocciolo del reattore 4.

Nel 1986 emanava una radiazione di 10 000 rentgen all’ora: 60 secondi erano sufficienti per ricevere una dose fatale di radiazione, tre minuti avrebbero portato alla morte in due giorni. Oggi emana meno di un decimo delle radiazioni originarie, ma capaci di risultare fatali in 8 minuti.

10 cose che non sapevate sulla catastrofe di Chernobyl
La “zampa di elefante” di Chernobyl

6. L’Arco di Chernobyl

Il primo sarcofago, costruito in 6 mesi da maggio a novembre 1986 è arrivato al capolinea. La struttura di cemento armato, all’interno del quale è contenuto ancora più del 90% del materiale sorgente di radioattività, sta collassando su sè stessa e presenta crepe e infiltrazioni d’acqua che rischiano di contaminare il sottosuolo e la falda acquifera.

Il progetto del nuovo sarcofago “New Safe Confinement” è attualmente in fase di realizzazione. Sarà pronto entro il 2018. Si tratta di una struttura ad arco di 150 metri di lunghezza, 105 metri di altezza e 257 metri di campata, con un contributo italiano: l’intelaiatura in acciaio della copertura è stata realizzata dalla ditta Cimolai di Pordenone.

7. Da città modello…

La città di Pripyat — dal nome del vicino fiume, affluente del Dnepr — si trova nell’Ucraina settentrionale, circa 100 km a nord di Kiev e solo 16 dal confine bielorusso. Era stata costruita nel 1970 appositamente per i lavoratori della centrale nucleare di Chernobyl, situata a circa 2 km dal centro. Pripyat aveva solo 16 anni al momento della tragedia nella centrale nucleare e contava una popolazione di circa 40 000 abitanti.

La città rispecchiava i canoni ideali della pianificazione urbanistica sovietica ed aveva cinque quartieri residenziali a forma di quadrilatero ed un nucleo centrale che ospitava gli edifici pubblici e ricreativi: municipio, teatri, cinema, parco.

8… A città fantasma

Il 27 aprile del 1986, all’indomani della catastrofe, tutti gli abitanti di Pripyat furono evacuati. Gli dissero che sarebbero tornati dopo pochi giorni e di prendere con sè solo i documenti. Più di 110 mila persone invece non fecero mai ritorno a casa. Non tutti però. Secondo le stime, attualmente, nella cosiddetta “zona di alienazione” entro 30 km dal reattore vivono circa 200 persone. Quasi tutti anziani, che 30 anni fa scelsero di ritornare a casa dopo qualche mese, “per vedere quello stava succedendo” ed oggi vivono mangiando i prodotti che loro stessi coltivano nei terreni contaminati. Pripyat oggi invece è una città fantasma. Disabitata e silente, in realta è piena di vita.

La natura si è ripresa il controllo di tutto e la vegetazione ha coperto quelle che col tempo sono diventate le rovine dell’allora città modello. Nei dintorni i boschi sono il regno contaminato di lupi, linci, orsi, alci e cervi a testimonianza che via l’uomo, la natura ha trovato da sola l’equilibrio per andare avanti.

9. Turisti per caso a Chernobyl

Col tempo Chernobyl è diventato un brand e la zona intorno alla centrale è oggi un luogo visitabile (e sempre più visitato) dai turisti. Sono più di 10 mila all’anno le presenze nella “zona di alienazione”: un’escursione giornaliera da Kiev costa 100 dollari e tutto sommato si tratta di un business che muove l’economia locale, provata dalla crisi in cui è sprofondata l’Ucraina dopo la catastrofe di natura politica del 2014.

Secondo gli operatori, visitare Chernobyl è sicuro, basta attenersi con scrupolo ai divieti imposti: non toccare nulla, non sedersi a terra, non bere, non fumare. Come ogni località turistica che si rispetti anche Chernobyl ha i suoi simboli. Uno di questi e la ruota panoramica nel parco della città, su cui secondo la leggenda non è mai salito nessuno: la ruota doveva essere inaugurata il 1° maggio 1986.

10. Vita da Stalker

La catastrofe di Chernobyl ha ispirato la serie di videogames S.T.A.L.K.E.R (acronimo di “Scavengers, Trespassers, Adventurers, Loners, Killers, Explorers”) ed anche un livello del videogame sparatutto “Call of Duty”. In entrambi i casi la situazione grossomodo è la stessa: fucile in mano, tenuta bianca anti-radiazioni, pronti a uccidere tutti i nemici nello scenario apocalittico di Pripyat e dintorni.

Nel passaggio dalla realtà virtuale a quella reale gli “stalker” sono tutti coloro che cercano di varcare illegalmente la zona di alienazione, sfruttando buchi e zone buie nel perimetro di recinzione per poi tramutare in realtà le immagini delle loro consolle e per fare un pò qualunque cosa gli passi per la testa: una foto con la maschera antigas, raccogliere metallo radioattivo da rivendere, oppure dare la caccia agli animali che presentano deformazioni dovute ai mutamenti di DNA causati dalle radiazioni.

Fonte

 

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