Dove sono finiti realmente i Maya?

Le ultime ricerche suggeriscono che il potente Impero Maya crollò a causa del cambiamento climatico, dei conflitti, e forse delle migrazioni verso la costa. Ogni civiltà ha vissuto ascese e declini. Ma nessuna è crollata così velocemente come quella Maya, apparentemente inghiottita dalla giungla dopo secoli di sviluppo urbano, culturale, intellettuale e agricolo. Cosa accadde veramente? Le ultime scoperte sembrano indirizzarsi verso i cambiamenti climatici piuttosto che ad un unico evento catastrofico, come un’eruzione, un terremoto o una terribile epidemia. E secondo l’ultima teoria, per sfuggire alla rovina i Maya potrebbero aver fatto le valigie per spostarsi sulle spiagge della costa.

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Dove sono finiti realmente i Maya?

Prima, però, tra il 300 e il 600 d.C. ci furono gli anni del boom. All’inizio del cosiddetto periodo classico, fiorirono almeno una sessantina di grandi città – abitate in media da 60-70 mila persone – in un territorio che oggi comprende il Guatemala, il Belize e la penisola messicana dello Yucatan. I cittadini Maya vivevano in mezzo a piramidi, piazze e palazzi maestosi, discutevano di filosofia e utilizzavano un elaborato calendario solare. Primi fra tutti inventarono la cioccolata calda, che all’epoca era una bevanda densa e amara ricavata dai semi del cacao. Abili agricoltori, lavoravano la terra e modellavano i ripidi versanti in campi terrazzati per far fronte alle richieste di una popolazione sempre più numerosa.

Poi iniziò la fase di declino che durò almeno due secoli, e a partire dal 1100 d.C i Maya abbandonarono improvvisamente le loro fiorenti città. Ma dove e perché se ne andarono?

Quando nel XIX secolo gli esploratori iniziarono a scoprire le rovine delle “città perdute” dei Maya, nascoste nella giungla, teorizzarono varie catastrofi per giustificarne la fine: eruzioni vulcaniche, terribili terremoti, pandemie e addirittura una disastrosa tempesta.

Oggi però gli studiosi sono concordi nel ritenere che le ragioni del collasso della civiltà Maya siano diverse e tutte collegate fra di loro: sovrappopolamento, guerre, carestie e siccità. Al momento, le ricerche e gli studi si concentrano sui cambiamenti climatici.

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Il periodo classico

L’ultimo studio sul cambiamento climatico nell’Impero dei Maya, pubblicato su Science, ha analizzato le stalagmiti di una grotta in Belize e ha collegato sia la fioritura che la caduta dell’Impero alle variazioni climatiche.

Le stalagmiti, che si formano per la precipitazione dei minerali disciolti nell’acqua che filtra nelle grotte, crescono molto velocemente nei periodi piovosi, permettendo così agli scienziati di ricostruire l’andamento storico delle precipitazioni. Un campione usato nello studio documenta, per esempio, le fluttuazioni degli ultimi duemila anni. Nelle curve della piovosità ricavate dalle stalagmiti, “il periodo classico iniziale fu insolitamente umido, molto più dei secoli precedenti”, spiega Douglas Kennet, primo autore dello studio e antropologo alla Pennsylvania State University. “In quel periodo la popolazione crebbe”, favorita anche da una fiorente agricoltura.

Nei secoli più piovosi, dal 440 al 660 d.C., le città esplosero e tutti gli elementi caratteristici della cultura Maya – il sofisticato sistema politico, l’architettura monumentale e la complessa religiosità – raggiunsero la loro massima espressione.

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Instabilità climatica

Ma questi due secoli di stabilità climatica si rivelarono solo un’anomalia, e quando il clima mutò iniziarono tempi duri. “Il sistema Maya era basato su piogge regolari e abbondanti, ed essi non riuscirono ad adattarsi quando questo modello cambiò”, dice Kennet.

I secoli seguenti, dal 660 al 1000, furono caratterizzati da ripetuti e intensi periodi di siccità. Iniziò allora il declino dell’agricoltura e non casualmente sorsero i primi conflitti sociali. Il sistema politico e religioso dei Maya si basava sulla presunta connessione diretta tra i governanti e le divinità, ma quando questa connessione divina fallì nel tentativo di provocare piogge e raccolti abbondanti, probabilmente si crearono delle forti tensioni sociali. Secondo il nuovo studio, per esempio, in soli 25 anni, tra il 750 e il 775 d.C., 39 sovrani commissionarono lo stesso numero di monumenti, a riprova delle “rivalità, guerre e alleanze strategiche”.

Ma la situazione peggiorò ancora. Lo studio delle stalagmiti indica che tra il 1020 e il 1100 la regione patì il periodo di siccità più lungo degli ultimi duemila anni, che provocò carestie, migrazioni di massa e morte. Quando nel XVI secolo arrivarono i conquistatori spagnoli, la popolazione Maya era diminuita del 90 per cento, i centri urbani erano ormai abbandonati e già soffocati dalla vegetazione.

Un avvertimento?

Il collasso però non fu del tutto naturale. In qualche modo i Maya stessi potrebbero aver provocato la loro fine. “C’erano decine di milioni di persone in quel territorio che costruivano città e fattorie alle spese della foresta”.

L’estesa deforestazione, infatti, ridusse il circolo idrico dal terreno all’atmosfera interrompendo il ciclo naturale della pioggia e diminuendo l’entità delle precipitazioni, spiega il climatologo del Goddard Institute for Space Studies (NASA) e del Lamont-Doherty Earth Observatory, Benjamin I. Cook.

Secondo le simulazioni di Cook, pubblicate su Geophysical Research Letters, la deforestazione determinò una diminuzione dell’umidità atmosferica compresa tra il 5 e il 15 per cento in un anno: “Già il 10 per cento è considerato un evento ambientale catastrofico”, ha aggiunto Cook. La situazione poi si aggravò ulteriormente, “una storia che dovrebbe insegnarci qualcosa”, commenta Cook. “Oggi, che sempre più foreste vengono distrutte per far posto a città, coltivazioni e allevamenti, con la temperatura globale in aumento, potremmo rischiare lo stesso destino dei Maya”. Ma per B.L. Turner, docente di ambiente e società all’Arizona State University, “dobbiamo evitare il rischio di semplificare troppo le cose. La situazione Maya non è comparabile con la nostra, poiché la nostra società è profondamente differente dalla loro”.

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Nuova vita sulla costa

In un altro studio, uscito ad agosto su Proceedings of the National Academy of Sciences, Turner ha cercato di sfatare alcuni miti sui Maya, come l’idea che essi scomparvero dopo l’arrivo degli spagnoli. “La loro civiltà non ha cessato di esistere; ancora oggi vivono in quest’area dei Maya. La loro cultura e le loro tradizioni sono state mantenute”. L’unica cosa strana è che le loro città non hanno resistito.

Nella storia, “raramente si possono trovare esempi di civiltà che si spostarono per non tornare più”, dice Turner. Il caso più simile è quello relativo all’improvviso e definitivo abbandono del complesso di Ankor Wat in Cambogia avvenuto nel XV secolo.

Turner, nel suo studio, sostiene che l’ambiente naturale si riprese piuttosto velocemente dopo i secoli di aridità. E allora perché i Maya non ritornarono nelle loro gloriose città?

Secondo Turner la risposta è da cercare sulla costa. In fuga dalla fame, con le città in guerra, molti Maya si rifugiarono infatti vicino alle spiagge. E verso le coste si spostarono anche i commerci. Grazie a una vita relativamente più facile vicino al mare forse le antiche città vennero semplicemente dimenticate. Nessun terremoto catastrofico, nessuna epidemia o terribile piaga, ma solo una graduale migrazione verso le spiagge, dove forse la vita era un po’ più dolce.

Almeno fino all’arrivo degli spagnoli.