Misteri

I Segreti della regina egizia Hatshepsout. Makhaira e il tempio di Deir-El – Bahari. Indagine sul pensiero di F. Crombette. a cura di Lucio Tarzariol

I Segreti della regina egizia Hatshepsout. Makhaira e il tempio di Deir-El – Bahari. Indagine sul pensiero di F. Crombette. a cura di Lucio Tarzariol

Sopra ricostruzione artistica della regina Hatshepsout. Opera di Lucio Tarzariol da Castello Roganzuolo

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Testo tratto dal libro di Lucio Tarzariol: I Segreti di Mosè e Yahweh, Chi era veramente Mosè e il suo Dio – La realtà dell’Esodo.

Makhaira e il tempio di Deir-El – Bahari e il pensiero di F. Crombette

  Makhaira era la figlia di Misaphris e di una principessa nera. Il suo nome significa “beati i silenziosi”. Gli egittologi la chiamano impropriamente Hatshepsout, ma il nome che le converrebbe meglio è quello di Sophie giacchè Misaphris aveva riconosciuto che la saggezza era la sua qualità predominante. In una delle sue iscrizioni ella si proclama “Quella che è superiore alle grandi dame unite per matrimonio a Amon”. È verosomile che il gran-sacerdote fosse il suo amante. Makhaira, rappresentata da una sciabola, fu una guerriera: con l’aiuto dei Pastori combattè gli invasori. Ricorse sempre ai Pastori perchè le fornissero degli architetti per costruire il tempio di Deir-el-Bahari vicino a Tebe. Questo magnifico monumento è notevole per il carattere nettamente greco della sua architettura e per il lungo viale di sfingi che vi conduce. Sulle pareti di questo tempio si vede anche una flotta di 5 navi che vanno a caricare materie preziose sulla costa dei Sòmali e ne ritornano. Allora vi era comunicazione tra il Nilo e il Mar Rosso attraverso l’Ouadi Tumilat. Al momento dell’Esodo, un movimento del suolo tagliò la comunicazione.

 

Da qui si evince che Makhaira, Hatshepsut, si rivolse ai pastori, e ciò significa che vi era un buon rapporto e probabilmente Senenmut consigliò alla regina cosa fare conoscendo bene gli israeliti.

 

Cosa ci dice Crombette su Thutmosis III. Crombette, a mio parere erroneamente, lo identifica in “Mesèkis”, il marito della regina Makhaira/Hatshepsut, e ci dice: “Questo faraone era figlio di un gran-sacerdote di Tebe e di una regina della 17ª dinastia. Il suo secondo nome significa: “Quello che tiene il centro tra i due estremi”, cioè tra Tebe e Tanis. Aveva anche un terzo nome: “Il re che dimora intero”, cioè che è al contempo quello la cui origine è regolare e che possiede da solo il potere; o ancora: “Il salvatore supremo dagli invasori” giacchè De Rougè gli attribuisce 15 spedizioni militari, in particolare contro i Neri.

  Mesèkis aveva moltiplicato i sacrifici umani per avere l’acqua. (a mio parere fu Thutmosi III, non Mesèkis). Fu servito più che a dovere giacché nel 1459 un’inondazione catastrofica sommerse l’Egitto. Lui credeva di avere il potere di provocare e di arrestare le inondazioni. Lo proclama in una delle sue iscrizioni: “Quello che è pervenuto a comandare da padrone alle onde delle più grandi acque che coprivano la valle del Nilo, che avevano reso i templi simili a dei canali, rovesciato le grandi dighe, distrutto la moltitudine afflitta della regione superiore”, e ancora: “Quello che è pervenuto a comandare da padrone ha pensato di immolare prontamente alle immagni, di cui è grande seguace, una moltitudine di abietti; di più, a gridare alle immagini dei celesti di aver cura di allontanare l’immersione”.

  Ciò dimostra a qual punto la religione egiziana era idolatra e praticava in abbondanza i sacrifici umani. Queste immolazioni massive esponevano l’Egitto alle rappresaglie dei popoli ai quali appartenevano le vittime e che erano già fin troppo disposti a razziare la valle del Nilo. Ciò è confermato da un’iscrizione di Mesèkys il quale dichiara che: “ha respinto quelli che marciavano contro il grande gregge di Rê, derubando e distruggendo nei dintorni; gloriosamente egli ha respinto e vinto le moltitudini temibili unendosi ai grandi guerrieri Pastori, venuti in gran numero con la truppa dei coltivatori a causa della distruzione dei templi degli dèi potenti”.

Io credo che qui si confonda l’operato di Thutmose II con Thutmose III e che le stesse iscrizioni possono essere addirittura create ad hoc da Thutmose III per mettere in cattiva luce la figura di Mesèkis. D’altra parte è difficile sostenere gli eventi di questo periodo date le controversie degli studiosi sulla reggenza del paese durante il regno della regina Hatshepsut.

Ecco cosa ci dice Crombette nella sua Vera storia dell’Egitto antico v. 3: “…Tuttavia, prima di morire nel 1473, Misphragmoutosis, che non aveva figli, istituì suo erede il vedovo di Makhaira col quale si era riconciliato. Quest’ultimo, che in egittologia viene chiamato Thoutmosis III, noi preferiamo chiamarlo Mesèkys, che significa: “Quello che tiene il centro tra i due estremi”, cioè tra Tebe e Tanis. Questo riassume la politica che adottò quando fu divenuto unico re, politica che era già stata quella di Misphragmoutosis. Mesèkis proclamò che sua madre aveva la preminenza in quanto generata “da un ramo della moltitudine ordinata dei re di prima del grande sollevamento”, era cioè una discendente dei re della XVII dinastia, mentre considerava suo padre, Misaphris, come un gransacerdote di Tebe. Egli affermò così di conoscere l’origine irregolare di suo padre, e che riteneva la madre come regina più legittima di lui; di conseguenza, anche lui occupava il trono con non meno diritti dei suoi co-regnanti. Il re aveva anche un altro nome che può dirsi in greco: Menakopos Hôros, che i babilonesi hanno reso nella loro lingua con Manakpirja. Questo nome significa: Il re che dimora intero, cioè che è al contempo “quello la cui origine è regolare e che possiede da solo il potere”. Da questo nome si può ancora trarre, con il copto: Il salvatore supremo dagli invasori. De Rougè gli attribuisce, in effetti, 15 spedizioni militari. Egli edificò fortezze in diversi punti dell’Alta Nubia per opporsi agli attacchi dei negri ai quali impedì da allora l’accesso nel paese; era la rottura netta con la razza nera. Noi diciamo che Mesèkys o Thoutmosis III fu il marito di Makhaira o “Hatshepsout”. Ora, in egittologia, si fa di lei la sposa presunta di Thoutmosis II o Misphragmouthosis. Ma mentre non si ha nessuna prova di questa unione presunta, si sa, da sorgente monumentale, che Thoutmosis III ebbe per moglie una “Hatshepsout” che ha gli stessi nomi di Makhaira. Invece di concludere come abbiamo fatto noi, gli egittologi hanno numerato “II” la moglie di Tutmosi III e ne hanno fatto la figlia di “Hatshepsout” I. “Hatshepsout II” è dunque un personaggio chimerico da sopprimere dalla storia d’Egitto. D’altronde, questa parte della storia egiziana è ancora piena di quiproquò dall’inizio alla fine della XVIII dinastia. È così che Capart 19 vede nel babilonese Manahpirja l’equivalente delle trascrizioni greche “Misphrès” e “Misphragmouthôsys”, allorché si tratta di tre re differenti: Misphrès = Thoutmosis I; Misphragmoutosis = Thoutmosis II; Manahpirja = Thoutmosis III. Mesèkis aveva moltiplicato i sacrifici umani per avere dell’acqua; fu servito più che a dovere giacché, nell’anno 1459, un’inondazione catastrofica sommerse l’Egitto; Vikentiev 20 la ricorda in occasione di una crescita diluviana del Nilo sotto il regno di un bubastita: “L’inondazione si è estesa nel paese fino ai suoi confini, dopo aver invaso le due rive come all’origine del mondo. La terra in suo potere era come un mare, e nessuna diga… poteva tenere contro il suo furore… tanto che tutti gli abitanti erano come delle zanzare e tutti i templi di Tebe erano come degli stagni… La stessa cosa si era prodotta all’epoca di Thoutmosis III”. Il re si credeva in virtù non solo di produrre le inondazioni, ma anche di arrestarle. Je lis les hiérogliphes; Lebègue, Bruxelles 1946; p. 64, 66. 20 – La haute crue du Nil et l’averse de l’an 6 de Taharqa; Le Caire, Inst. franç. 1930; p. 45. 25 proclama: “Quello che è pervenuto a comandare da padrone alle onde delle più grandi acque che coprivano la valle del Nilo, che avevano reso i templi simili a dei canali, rovesciato le grandi dighe, distrutto la moltitudine afflitta della regione superiore”. A questo fine, che ha fatto Mesèkis? “Quello che è pervenuto a comandare da padrone ha pensato di immolare prontamente alle immagini, di cui è grande seguace, una moltitudine di abietti; di più, a gridare alle immagini dei celesti di aver cura di allontanare l’immersione”. Se dunque i templi erano invasi dall’acqua, è perché gli dèi avevano sete; per cacciare l’acqua, bastava dar loro abbondantemente del sangue umano. Ecco la religione egiziana, quella che aveva le preferenze di Champollion. “Champollion non era devoto… Non solo egli è estraneo a ogni parzialità teologica, ma inclinerebbe più verso la tendenza profana. Così è stuzzicato dalla comparazione sovente stabilita dagli oratori o dagli scrivani, tra la civiltà del popolo ebraico e quella del popolo egiziano… Ai suoi occhi, molto prevenuti, la nozione del Jèovah israelita con il suo culto cruento e le sue minacce temporali era inferiore alla concezione dell’Ammon egiziano, con i suoi riti fioriti, la sua mitologia simbolica, la sua gerarchia di celesti intercessori preposti dalla divinità suprema ai diversi bisogni dell’uomo…”.

 

Il pensiero di Leopoldo Sebastiani e approfondiamo la figura di Senenmut

Detto ciò, prendiamo ora il testo di Leopoldo Sebastiani del 1835 che, invece, ci fa sapere testualmente che Mosè nacque “nell’anno quattordicesimo e mese quinto del regno di Amenof I; ed esposto sulla riva del Nilo fu tolto ed adottato dalla di lui figlia… Giunto egli Mosè al quarantesimo dell’età sua, per vendicare i maltrattati suoi fratelli, gli israeliti, uccise un egiziano che li oltraggiava, nel 15 ed un mese del regno di Thutmes II, terzo faraone di quella dinastia. “Audivit Pharao, et quaerebat occidere Moysem”. Es. 2 v. 15, il quale perciò fuggi in Madian. “… Mosè adunque in età di 80 anni. Es 7, v.7. si presentò per comando di Dio al superbo Faraone Thutmes IV…”. Leopoldo Sebastiani individua in Thutmosis IV il faraone dell’Esodo e ci dà questa successione di faraoni, in cui vediamo che anche Amenophis II regnò con il titolo di Tutmes; Leopoldo Sebastiani nel suo testo del 1835 inoltre ci fa sapere che la regina Hatshepsut regnò con un secondo marito di nome Amenenhe, per cui si mette in evidenza il fatto che la regina avesse avuto un altro sposo di nome Thutmose oltre a Thtmose III.

 

  1. Amenof, ovvero Thetmosis-Amenof I, il quale restaurata la prima potenza dei re Tebani regnò (Thutmose è il primo sovrano che può essere definito imperialista del Nuovo Regno, nel senso che dette inizio all’espansione dell’influenza egizia sia verso sud che nell’area palestinese. Lo stesso nome Horo, Toro vittorioso, sottolinea questa tendenza militare-espansionistica che caratterizza la regalità egizia di questo periodo)
  2. Thutmes–Chebron I, suo figlio, che regnò
  3. Thutmes-Amenophis II, suo figlio che regnò
  4. Amense, o Amesses (Hatshepsut), di lui sorella, che con suo primo marito Thutmes III, e con suo secondo marito Amenenhe, regnò.

 

Detto ciò, appare possibile pensare che Thutmoses, “figlio di Thot”,  sia il titolo assunto  dai faraoni, anche da colui che rischiò di essere ucciso ma, salvato dalla figlia del faraone, fu soprannominato Senenmut, “Salvato dalla madre”, perché salvato dalle acque come lui stesso ci ha fatto intendere dalle iscrizioni giunte ai nostri giorni e come l’etimologia del nome pare confermare. Poi, da come ci è dato sapere, Senenmut assunse sempre più cariche e io credo che assunse anche il titolo di Thutmose e che ad un certo punto fu correggente con la regina Hatshepsut dopo la morte di Thutmose Chebron I, ma per breve tempo, un periodo dove non ci fu un gran interesse per le battaglie, “ma le cose, a quanto pare, stavano cambiando”. Tra congiure ed intrighi, dovute a nuovi ideali e sete di potere tra i due regni, Mosè ritenuto amico degli israeliti, vedi il caso dell’egiziano, ecc., fu costretto a lasciare la corregenza a Thutmose III, di fatto il faraone dell’esodo che già aveva pianificato la sua vendetta cancellando dai templi il nome della regina Hatshepsut. Mosè, sotto l’influenza degli Ebrei, nel ricordo di Giuseppe, iniziò a imporre l’adorazione di Adonai. Infatti alcuni studiosi sostengono che se identifichiamo Mosè in Senenmut, potrebbe essere che originariamente sia stato chiamato Sendyenmut (S – nd – y – n – mut), “uomo salvato dalla madre” e che, in seguito, sia stato cancellato il riferimento al salvataggio, eliminando i geroglifici E15 (nd) e C21 (y) e lasciando l’espressione S – n – mut “uomo della madre”. La presenza della famiglia del giovane porta a ipotizzare che, dopo l’adozione, questa sia stata rintracciata o si sia fatta viva da sola, e che essa abbia vissuto a corte, prestando servizio come riconoscenti servitori del faraone, forse a condizione di mantenere il segreto del salvataggio del loro neonato. La possibilità che il nome Senmut sia una trasformazione del precedente Sendyenmut ci rende credibile l’ipotesi che il terzo nome Senenmut sia un soprannome dato dalla figlia di Hatshepsut al suo precettore, fratello adottivo della madre. Come abbiamo visto, se così sono andate le cose, è probabile che alla morte di Thutmes–Chebron I, Senenmut, Mosè o meglio “Mesekys”, assunse il titolo di Thutmose II, governando assieme alla regina Hatshepsut divenendo tutore della figlia Neferura. Ciò ci collega e spiegherebbe anche il bastone di Mosè riconosciuto dal ricercatore e studioso Graham Phillips che porta inciso sopra, guarda un po’, proprio il nome Thutmose. Graham Phillips ha ipotizzato che la vetta del Sinai sia la cima Jebel Madhbah, nei pressi di Petra, la capitale dei Nabatei. Qui nel XIX secolo fu scoperto un sepolcro il cui corredo funebre comprendeva un bastone con incisi dei geroglifici indicanti il nome del possessore, ossia Thutmose, funzionario di corte. Recentemente, guarda caso, un’équipe di archeologi giordani e britannici ha compiuto scavi che hanno riportato alla luce le vestigia di un antico santuario ebraico.

Lo stesso Senenmut ci ha fatto sapere della morte del suo faraone: “Ho agito, in questo paese, sotto il suo comando, fino al momento in cui la morte non è giunta davanti a lui. Ora io vivo sotto l’autorità della Signora dei due paesi, Hatshepsut…”. Per cui appare chiaro che Senenmut ha visto morire Thutmose I Chebron, ed era rimasto nelle grazie di Hatshepsut, per cui, se le mie congetture sono giuste, dopo che Senenmut/Mesekys assunse il titolo di Thutmose II, raccolse l’invidia della corte che durò fino alla morte di Hatshepsut che ad un certo punto fu anche sua sposa. Il risentimento di Thutmose III verso la regina e il correggente che considerava un “usurpatore”, lo portò a una vera e propria persecuzione postuma, una “damnatio memoriae”; il suo nome venne cancellato da tutti i monumenti e sostituito con quello del re, di suo padre o di suo nonno. Infatti, Tuthmose III, prima dell’Esodo, riconquistò la Siria e la Palestina e poi passò anni a organizzare quei paesi, stabilendo un sacerdozio militare che controllava tutto l’impero. Al centro vi era il dio Amun di Tebe e i suoi sacerdoti erano diventati potenti. Ovviamente già da anni gli stranieri, a loro volta, vennero a vivere in Egitto, portando nuove abitudini e idee. Tutmose III cominciò a preoccuparsi anche delle vie di comunicazione. Nel corso della quinta campagna si impossessò di un porto fenicio, cosi da non essere più costretto a usare la lunga strada che passava nel deserto. Vi ricordo che volutamente, per quanto riguarda l’Esodo, dobbiamo rimanere in questo lasso di tempo impostoci dai dati biblici, non possiamo spostarci per logica su altri faraoni. Detto ciò si potrebbe pensare che Tutmose III viva una contesa di viceregalità con Thutmose II, Senenmut o meglio Mosè/Mesekys”, che era sposo e nelle grazie della regina Hatshepsut. Thutmose III ambiva al potere su tutto l’Egitto e, probabilmente, prese al balzo l’occasione di mettere in cattiva luce il correggente Thutmose II incolpandolo di essere il protettore del popolo ebreo e ad un certo punto, dopo l’uccisione dell’egiziano Mosè fu costretto a fuggire a Madian, fino al suo ritorno quando “per volere di Dio” divenne guida del popolo ebreo sotto l’egida di Adonai che lo protesse nelle acque del Mar Rosso lasciando il suo antagonista e inseguitore, il faraone Tutmose III ed il suo esercito, morire annegati, come risulta anche dai ritrovamenti di Ron Wyatt ed altri ricercatori, che come abbiamo visto hanno portato alla luce ruote di carro riconducibili proprio alla diciottesima dinastia, intorno al 1446 a.C. Tra l’altro vi ricordo ancora una volta che l’anno di morte di Thutmose III è tradizionalmente ritenuto il 1450 a.C., e ciò combacia e rafforza le mie congetture, anche se è un dato rifiutato da alcuni studiosi (fra cui Kenneth Kitchen) e spostato al 1425 a.C.

 

Ora facciamo un ragionamento. Secondo alcuni studiosi Tutmoses I era un cittadino comune di nascita. Aveva sposato Ahmose, una sorella di Amenhotep I, ed era stato nominato re quando il re morì senza figli. Fu il primo faraone sepolto nella Valle dei Re. Mosè fu educato in tutta la sapienza degli Egiziani, ed era potente in parola e di azione. (Atti 7,22). Mosè si rifiuta di diventare faraone quando Tutmoses I muore (Eb 11,24). A Deir el Bahri c’è un muro che raffigura la nascita del futuro erede al trono; una scena mostra un bambino tra le braccia di Hatshepsut, “il neonato Mosè”. La Tomba n° 71 a Deir el Bahri è stata la prima di due tombe destinate a Moses (Senenmut). La Tomba n° 353 è stata la seconda, ma il lavoro si fermò quando Mosè fuggì in Egitto, e la tomba rimase incompiuta. Per cui appare logico che quando Moses Thutmose II lascia l’Egitto per andarsene a Madian la vicereggenza passa al fratellastro di Hatshepsut, Tutmoses III, che in seguito deturpò le immagini di Senmut (Mosè), il suo rivale di infanzia. Amenemhab menziona il mese e il giorno della morte di Tutmoses III: “L’ultimo giorno del terzo mese della seconda stagione … Salì al cielo, si è unito il sole: gli arti divini si mescolarono con Lui che lo ha generato“. Secondo James Henry Breasted, fondatore di American Egittologia, questo si traduce nel 17 marzo, 1450 a.C.. L’Esodo 2:23 afferma: “Durante quel lungo periodo, il re d’Egitto morì …”.

 

Ricordiamoci che durante il regno di Hatshepsut il clero tebano promulgò una legge teocratica, per la quale la successione doveva essere garantita e appoggiata dai sacerdoti di Amon. Per questi e altri motivi, Hatshepsut fece scolpire a Deir el-Bahri un tempio funerario che si trova ancora oggi sulla riva ovest del Nilo a Luxor. Hatshepsut mettendosi in linea diretta di discendenza con Amon stesso. Questo stratagemma le consentì di mantenere il potere ai danni di Thutmosi III anche quando quest’ultimo arrivò all’età giusta per regnare. In numerosi documenti è possibile vedere Hatshepsut in testa alle processioni e alle spalle il nipote. Per rafforzare il proprio potere, iniziò a indossare vesti maschili e la barba posticcia, simbolo di regalità e dominio. Hatshepsut così rafforza il proprio dominio sull’Egitto grazie alla religione, attraverso una teogamia reale, secondo la quale essendo lei nata direttamente dal dio aveva di conseguenza lei sola il diritto di rappresentarlo in terra, scegliendo i correggenti che voleva. Questo comportamento diede grande potere al clero tebano, che porterà poi all’indebolimento dell’influenza faraonica che costringerà poi Akhenaton, il faraone eretico, al distacco da Tebe e da Amon. Ma a mio parere fu Mosè ad avviare la fine del clero tebano, proponendo il suo Dio. Mosè era “Mesekys”, chiamato anche Senenmut, il secondo sacerdote di Tebe, probabilmente era il correggente alla regina e il tutore o forse, addirittura, il padre della principessa Neferura, con la quale è stato ritratto in diverse occasioni. Mosè, assunto il titolo di Thutmoses, era rappresentato con le corna. Le corna venivano rappresentate nel copricapo dei sacerdoti di Amon e nel Tempio dei Milioni di Anni costruito nella montagna sacra della dea Athor, la compagna di Horo, “Il toro possente”; la stessa dea è rappresentata con il copricapo con il disco solare e le corna, e Mosè è rappresentato con le corna anche nell’opera di Michelangelo a Roma.

Il padre di Senenmut era “Ramose”, ed era, come la madre Hatnefer (chiamata anche Titutiu), originario del Sud, nella zona della prima cataratta, e si stabilì in seguito a Ermonti. La sua famiglia, forse originaria della regione meridionale dell’Alto Egitto, avrebbe lasciato la città di Iunu shema / Ermont, “l’Heliopolis del sud”, circa 30 km a sud di Waset / Tebe, per vivere e prestare sevizio a corte, probabilmente già ai tempi di Thutmose I (1531-1518 a.C.). Infatti, diviene logico per alcuni studiosi pensare che Mosè potesse essere stato anche Ramoses, principe ereditario forse della stessa regina Hashepsut, che guarda caso sparì misteriosamente dalla storia egizia. Il caso vuole che improvvisamente anche il figlio Senmut, come spesso succede, cadda in disgrazia e, sollevato dai suoi incarichi, sparisca dalla storia egiziana.

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