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Idioti in marcia (la merde)

Idioti in marcia (la merde)

Raspail. Sulle recenti elezioni presidenziali francesi non si può che citare, a spanne, Jean Raspail: “I Francesi di fegato? Gli ultimi sono morti in Algeria“. L’eventuale vittoria della Le Pen, pur benvenuta, è solo un sassetto in una macina da mulino.

Barbie. C’è poco da dire o fare. Il primo turno l’ha vinto la Barbie del potere, l’asessuato Macron. Anch’egli un vizioso, ne sono certo. Il potere seleziona con cura i suoi pupazzi: li vuole fotogenici e ricattabili. E loro si prestano, ovviamente, sempre meglio che lavorare. Il numero di pervertiti in politica è ormai una solida maggioranza.
Sorprende, a riguardare le statuine politiche al soldo delle oligarchie, l’insulsaggine di tali figure.

Personaggi che sembravano imprescindibili, buoni a riempire le prime pagine per anni, lontani dai riflettori sembrano inghiottiti dal nulla, come certe meteore pop che vissero brevi qttimi di gloria e oggi svernano come casalinghe o prostituti o drogati cronaici. Blair, Schroeder, Bush, lo Smutandato Clinton, Sarkozy, Zapatero. Che fine ha fatto Zapatero, l’uomo eletto col Partito Operaista Spagnolo, alfiere dei diritti dei gay e delle scimmie antropomorfe, e nuovo araldo della nuova sinistra?

Inutile sperare nella democrazia degli idioti, inutile sperare che le elezioni cambino il corso degli eventi.

Idioti e zombie. Una nuova specie d’umanità. Si muovono come un sol uomo, ma rilevano quali somme di individui e non come un gruppo. Gli zombie non hanno altruismi o accensioni solidali; non difendono né difenderanno mai un altro di loro, ma solo quell’impulso potente che li guida simultanei.

Questo impulso è da loro, pertanto, equivocato quale solidarietà. La comunità di facebook o twitter et similia sono comunità di zombie. Gettategli un osso politicamente corretto e vi si avventeranno contro a milioni: il che darà loro l’impressione della comunità. Gli zombie, infatti, non possiedono pensieri propri, ma unicamente impulsi a cui reagiscono meccanicamente Non vantano curiosità, pensiero logico, entusiasmo: marciscono giorno dopo giorno, appagati del loro stato larvale. Ciò che li fa muovere è il vago ricordo d’una vita passata; e il cibo.

La vita passata è quella del vecchio ordine, che il nuovo ordine riproduce nella parodia. Il cibo è il cibo; non il cibo tradizionale, cotto, esornato, ritualizzato, ma il cibo brutalmente strappato brano a brano, con gli occhi iniettati di sangue, folli, idioti, vuoti: un esponente del nuovo ordine a cui si regali un eccitante pomeriggio di sport e un po’ di junk food gli assomiglia in modo evidente.

Gli idioti di Leonardo da Vinci. Ecco l’aforisma 99: “Ecci alcuni che altro che transito di cibo e aumentatori di sterco chiamar si debbono, perché per loro alcuna virtù in opere si mette; perché di loro altro che pieni e destri non resta”. Ovvero: ci sono uomini che vivono solo come passaggio per la merda e per riempire cessi e buglioli.

Il buffet. Costringete una ventina di italiani in una camera confortevole, intratteneteli qualche minuto con una manfrina qualsiasi e poi, come Pavlov, scandite le parole fatali: “Ora rilassiamoci! Alle vostre spalle, signori, è il ricco buffet offerto dalla ditta Sorcimorti con la collaborazione dell’associazione Idioti in Marcia … Buon appetito!“. Arduo descrivere i quadri espressionisti scatenati da tali parole, in apparenza innocenti.

Qui non è in essere né la fame né l’appetito né la voglia di assaggiare alcunché, bensì la regressione a livelli protozoici. La ressa al banchetto, gli spintonamenti per qualche tramezzino rancido, i duelli per un mezz’etto di pasta fredda ammollata da salse immonde, il brancicamento disperato per un crostino indurito; e poi, messe al sicuro, su piatti enormi, enormi quantità di cibo scadente (involtini, bruschette, pizzette gelide, melanzane marinate, olive industriali, pezzi di gommoso formaggio), ecco, improvviso, cala il silenzio, quasi che un araldo della dissoluzione fosse lì presente a dare la squilla:

è un silenzio di morte, interrotto da decine di grufolamenti, senza distinzione di sesso: occhi strabuzzati, lingue lorde di bolo che schioccano, manducazioni frenetiche, ingollamenti veloci e furtivi, quasi vergognosi, ma rigurgitanti di un doloroso godimento; i conversari si fanno brevi, simbolici, attuati a forza di grugniti, con ammicchi e approvazioni mute, le teste su e giù a dir che, sì, va bene, tutti ingobbiti, all’impiedi, col mento nel piatto di plastica bisunto, ultimo territorio del proprio Io, da difendere gelosamente, casomai qualcuno avesse a rubare quelle delicatessen di risulta; gli occhi, gonfi per lo sforzo, saettano qua e là, come aghi di bussole in una tempesta magnetica, le glottidi scandiscono vibrando la foia dell’orgia, da consumare subito, senza attese e preliminari.

In pochi minuti si raggiunge il picco, in un orgasmo incontrollato, quindi la tempesta s’acquieta, ecco la detumescenza, le bottiglie vuote e i bicchieri di carta si ammassano come fanti caduti in una trincea insensata, gli stomaci struggono cattivo alcool e bocconi interi (la masticazione, infatti, potrebbe ritardare il godimento dell’ingurgitazione compulsiva), inizia la peptonizzazione, il metabolismo si fa pitonesco, s’acquietano le voglie, ci si sente soddisfatti, il piacevole calore che segue l’intorpidimento imprigiona le membra: anestetizzati, istupiditi, pesanti, appagati, gli eroi si abbandonano su sedie di plastica, strapuntini e divanetti Ikea top class, pregustando amari e caffè, rimirando, come de Sade rincoglioniti e compiaciuti, lo sfacelo di quelle efferatezze, dai cumuli di tovaglioli macchiati orrendamente alle tovaglie insozzate;

i dialoghi tornano a rifiorire, a toni più bassi, si parla di tutto e di nulla, senza dare importanza alle parole, questi carapaci di un animale ormai putrefatto, la palpebra cala leggermente, si ride, le fattezze arrotondate dall’imbecillità garantita dal rilassamento sfinterico e cerebrale (di cosa si rida non si sa), i sillogismi si sfasciano nell’ebetudine della peristalsi laddove le premesse e le conclusioni – del tutto gratuite e di cui a nessuno frega qualcosa – si miscelano in bocca coi primi gas prodotti dai corpi in disfacimento.

Credono di godere, ma hanno voglia di piangere, vorrebbero emendarsi, ma hanno liquidato il proprio dio, vorrebbero disciplinarsi, ma i maestri sono tutti morti.

Il gioco del Potere: scatenamento delle pulsioni primarie deprivate d’ogni vestimento civile e rese serve del Nulla. A tutto questo gli idioti in marcia recano il nome di Libertà. Il delicato castello culturale e storico dell’Italia pervertito a manicomio di massa.

La bimbetta. Verso dicembre, poco prima delle vacanze, una bimbetta agita trionfante un foglio da disegno: “Il compito!”, strilla. Colori vivaci, gialli, rossi, verdi profondi, accecanti scritte cubitali. Il tutto mi dona allegria. Titolo: La festa del gelo. Lì per lì approvo. Il giorno dopo ci ripenso, come i cornuti. “Ma che diavolo è La festa del gelo?”. Mi viene un sospetto che, pian piano, si trasforma in certezza.

La sera guardo il foglio attaccato alla parete: La festa del gelo è il Natale. Ricordate Il Santo Natale, Gesù Bambino, Tu scendi dalle stelle? Quello lì. Ora si è fatto innominabile, il Natale e, pertanto, almeno a scuola, è sostituito con la più impersonale Festa del gelo. Infatti tra i banchi non ci sono più solo italiani, ma anche musulmani e cinesi e bengalesi. Non sia mai che si celebri o si canti la natività del dio degli italianuzzi! Il PolCor arriva in aula! Ci si adatti al nuovo ragtime! E così abbiamo La Festa del gelo. Un piccolo sforzo e presto si arriverà a cantare l’inno della Coca Cola. Inutile sperare negli idioti in marcia genitoriali: non hanno obiezioni, e non vogliono grane. L’unica che abbia protestato (lo verrò a sapere dopo) è una bimba bengalese, in lacrime perché non si canta più come l’anno precedente.
Nella Roma senza Papa, città irreale, mentre tutti dormono, con la calma dello psicopatico, ho meditato se stracciare quel foglio rutilante.

Vlad e Ivan. Sergei M. Eisenstein licenziò un doppio capolavoro sulla vita di Ivan il Terribile: il primo capitolo, omonimo (Ivan Groznij) risale al 1944, il secondo, La congiura dei Boiardi (Ivan Groznij: Bojarskij zagovor) al 1946.
È questo ultimo episodio che interessa.
Ivan è in perenne lotta coi Boiardi, aristocratici che, in nome dei propri interessi, minano l’unità della Russia a favore delle potenze straniere, alienando le ricchezze della propria stessa patria (ricorda qualcosa?).
Ivan, a cui hanno assassinato la giovane moglie, è costretto a lasciare Mosca. Il principe Kurbskij, suo intimo amico, l’ha tradito, ritirando il proprio esercito moscovita in Lituania e riparando vilmente presso la corte di Polonia ove si congiura per far salire al trono l’inetto e manipolabile Staritsky.
E proprio presso la raffinata e molle corte polacca si apre il film.
La scena è meravigliosa, eccezionale. Ecco un sunto del dialogo:

Un consigliere al principe Kurbskij, il traditore: “A volte le sconfitte finiscono per essere più utili delle vittorie”.
Kurbskij bacia la spada e la mano del suo nuovo re.
Re di Polonia: “Iddio ha stabilito che la Polonia insieme alla Lituania e alla Lettonia sia un avamposto dell’Europa, una barriera per i russi. Grazie a essa il barbaro moscovita nella famiglia dei popoli civili dell’Occidente non potrà entrare”.
Una cortigiana, sottovoce: “Dicono che i moscoviti mangino i cadaveri”.
Re di Polonia: “Le terre russe sono fertili e le greggi pingui. Il suolo è pieno di ricchezze nascoste e come servi i russi saranno eccellenti, ma se un re forte si installasse sul trono moscovita per tutti i regnanti occidentali significherebbe la fine. Bisogna scegliere un uomo debole, che sia manovrabile e Vladimir Staritsky è l’ideale. Bisogna sostenere con le armi i Boiardi che sono con noi. Bisogna togliere dalle mani dello zar il potere di cui si è impadronito e restituirlo in pieno ai nostri amici Boiardi. Spezzeremo l’unità che Ivan vuol creare nella Russia dopodiché potremo bandire una nuova crociata di re cristiani contro la barbarie moscovita e distruggerla. Noi costringeremo i moscoviti a servirci! Cacceremo i russi dall’Europa fino alle ultime steppe dell’Asia!”.

Non so, a me ha ricordato qualcosa. A voi? La Storia, originata da rarissimi impulsi del cuore umano, questa sopravvalutata incubatrice, è una galleria di specchi deformanti: siamo sempre gli stessi, ma ingigantiti, rimpiccioliti o falsati nella prospettiva da tali artifici. Basta sostituire “eserciti cristiani” con “truppe Nato” e siamo ancora al 1564. I Boiardi? Eltsin, Abramovich, Khodorkovskij, Navalny e paccottiglia assortita.
I russi mangiano i cadaveri? Perché no, strano che la Mogherini o la Botteri non vi abbiano ancora accennato. La barbarie moscovita, la barbarie moscovita …

Eisenstein. Vogliamo parlare di Eisenstein? Ammiriamo stupefatti la plasticità infinita dei grigi, dal nero ai bianchi abbacinanti, le straordinarie musiche di Prokof’ev, la genialità nell’organizzare volti, caratteri e psicologie: ecco cos’era l’arte europea sino a pochi decenni fa: vigeva, infatti, ancora il vecchio ordine estetico.

Idioti e zombie/2. Intervistano un giovane poeta PolCor che gioca a fare l’avanguardia (o quel che è). Gli chiedono di spiegare il senso della parola sconfitta nella sua lirica. Parte della risposta:

“La sconfitta, prima di tutto (nel senso che è il punto di originalità del tutto), è ancipite: dilaga nel e dall’esistente, e implode poi (nel mentre) nella lingua che di quell’esistente è protasi, ipotesi e apodosi. La sconfitta è la condizione ideale e reale della lingua, il suo grado zero, la sua ovvietà. E, bada, lo dico colmo di gioia, quasi “selvaggia” (virgoletto, che dopo Bolaño non si sa mai), riottosa. La sconfitta è il punto di partenza, il sentimento dello iato. La consapevolezza dell’artificio (miracolo?) del dire …”

Chi era che metteva le mani alla Lüger quando sentiva la parola “cultura”?

Idioti e zombie/3. L’idiota-zombie cammina senza soste, senza ragione. Gli si regala un impulso (uno qualsiasi) e lui parte all’attacco. Lo zombie è fondamentalmente l’homo novus, un’entità deprivata dei sentimenti. In una società in cui non vi sono mai vere tragedie non esistono gioie. In una società in cui tutto è permesso la felicità si attenua sino al grado zero in una broda tiepida. In realtà: noi siamo felici o infelici? Non infelici, eppure disperati. Il saliscendi della vita, le brucianti tappe del nostro viaggio umano e sentimentale sono state annientate dalla libertà infinita. Non c’è dolore e non c’è gioia, ma l’elettroencefalogramma piatto di una medietà terrorizzante. Cancellare la morte e il dolore scagliandolo lontano da noi e agognare, sempre e subito, il piacere, sin verso il più capriccioso e degradante, ci ha resi insensibili. Il contrasto delle emozioni che ravvivava l’esistenza è oggi spento. Konrad Lorenz accenna a questo fenomeno citando il verso d’una poesia di Wolfgang Goethe, Die Schatzgräber: “Settimana faticosa festa lieta“. Eraclito, qualche millennio prima, fr. 111: ” La malattia rende la salute piacevole e buona, la fame la sazietà, la fatica il riposo“. Continua Lorenz: “L’intolleranza al dolore [e la rimozione della morte] … trasforma i naturali alti e bassi della vita umana in una pianura artificiale, le onde grandiose del mare tempestoso in vibrazioni appena percettibili, le luci e le ombre in un grigiore uniforme“. Ci trasforma in idioti, insomma.

Un eroe dei nostri tempi. Il nostro eroe è un uomo di mille risorse: cacciatore di frodo, gourmet e cuoco, meccanico, antiquario e restauratore. Possiede una casa, un furgone ultimo modello, un capace magazzino, una vivace serie di relazioni di lavoro. Ogni mese incamera un ottimo tesoretto. Una foto lo ritrae mentre sventaglia a raggiera un nutrito numero di pezzi da cinquanta e cento euro.
Il nostro eroe è, infatti, sconosciuto al fisco (se lo fosse non avrebbe da sventagliare alcunché). Non ha mai consegnato a chicchessia dichiarazioni dei redditi et similia. Le banche dati lo segnalano con uno zero alla sua destra. Del welfare se ne frega poiché, a cinquant’anni, è in buona salute; l’ISEE non sa manco che é. Il furgone è intestato a un parente, il magazzino a un altro parente, la casa (popolare) alla madre. Entrambi i parenti e la madre (che percepisce, dopo quattro decenni di lavoro, neanche cinquecento euri) campano grazie a lui. A causa di un’ironia al vetriolo e di un senso fatalista dell’esistenza mi riesce irresistibilmente simpatico. Non teme nessuno, né carabinieri né polizia né finanza: anche perché conosce personalmente i membri di tale patriziato, i loro vizî e le loro moine, e li unge con fare scaltro. La sua salsa di cinghiale è la più buona che abbia mai assaggiato, i restauri perfetti e a buon mercato, gli interventi meccanici (auto, motoseghe, decespugliatori, trattori) sicuri e definitivi (per i clienti affezionati anche gratuiti): il suo contributo alla ricchezza, alla serenità e al buon andamento dei commerci è inestimabile. Se quest’uomo finisse nelle mani di Padoan si originerebbe un impoverimento netto di tutta la comunità, questo è certo.
Per fortuna (sua e mia), imbucato nei recessi della provincia, egli camperà cent’anni. Rimane uno degli ultimi italiani: come nel romanzo di Matheson può dire di sé stesso: “Io sono leggenda”.

Il Principe delle Tenebre vuole la pace. Dove siamo? Alle soglie dell’inferno. E ci siamo arrivati senza una guerra, in nemmeno settant’anni. La guerra? Meditiamola. Cos’è la guerra attuale se non una lenta propagazione del nichilismo? La più incredibile pacificazione mai tentata. Perché si fa la guerra, quella vera? Unicamente per sottomettere i popoli ribelli, quelli più antichi, con più storia, quelli ancora non zombificati. Quasi tutti senza il McDonald’s.

Idioti e zombie/4. 4,6 miliardi di euro per soddisfare i bisogni dei nuovi italiani. I nuovi italiani se ne fregano dell’Italia, ma si fa a gara per rendergli la vita facile. Tutte le istituzioni, ormai, sono tarate al compiacimento di nordafricani, cinesi, calmucchi, congolesi. Essere italiano, nato in Italia, è uno svantaggio evidente. Lo vedo dagli occhi degli idiotizzati di sinistra. L’italiano che non la pensa come la Tribù è carne da macello; basta, però, che arrivi un citrullo che storpia la nostra lingua materna e i loro occhi si fanno dolci, amorevoli, simpatetici. Cresciuti a pane e Kunta Kinte essi sono oramai profondamente malati. Irrecuperabili. Marine non basta, qui necessitano stragi.

Schiavismo italiano. Un italiano è considerato dalle istituzioni solo come cornucopia per i propri vizî. Negli ultimi vent’anni della mia vita la corrispondenza che ho intrattenuto a vario titolo con le istituzioni assomma a tre scatoloni da un metro cubo. Essa consiste unicamente in intimazioni di pagamento, solleciti, memorandum, minacce, grassazioni. Ho calcolato un esborso annuo di circa 15.000 euro: 300.000 euri circa, quindi (esclusi i servizi, bollette, condominio …). L’unica missiva in cui questo lo Stato Moloch contraccambiava tanta fedeltà da schiavo la conservo a parte: in essa il Ministero delle Finanze (o quel che è) mi annuncia il rimborso di sessantanove euri (69). L’iter burocratico per ghermire questo tesoretto, però, era talmente astruso che ho preferito rinunciare.

Francesco Petrarca. “Tempora inter digitos effluxerunt; spes nostre veteres cum amicis sepulte sunt”.

Un patrizio dei nostri tempi. Lo chiameremo Giovanni. Giovanni ha cinquantasei anni circa. Le elementari le ha fatte per inerzia, le medie a calci in culo, come si usava in provincia: scivolando, per tre o quattro anni, sul velluto di un’ignoranza inscalfibile e di una serie di bocciature elargite da docenti spesso al suo stesso livello. Dopo aver faticato qualche anno col padre contadino, terminato il militare, ha scelto la ferma: Esercito. L’Esercito era considerato il refugium dei diseredati della provincia. Come altro guadagnarsi il pane? Anno dopo anno, Giovanni ha scalato in automatico le neghittose gerarchie della soldataglia sino ad arrivare ai gradi di maresciallo; tutte le riforme intercorse in questi ultimi trent’anni l’hanno visto immancabilmente beneficiario. Il lavoro, peraltro, era una sinecura: accompagnare alti papaveri dai comandi periferici ai ministeri romani con fiammanti auto di servizio. “Il generale è una brava persona, il generale mi vuole bene“, cantilenava Giovanni. Il generale, poi, venne assegnato ai rifornimenti e lui, da autista-attendente, divenne furiere; non passava settimana che la macchina di servizio (una Lancia) stazionasse sotto casa sua ricolma di generi di conforto: salumi, casse d’acqua e vino, formaggi, interi blocchi di carne. La bazza è andata avanti per un decennio almeno, poi, grazie all’ennesimo allettamento ministeriale (cinque anni di scivolo), ha deciso il grande passo: la pensione. Ancora vigoroso, si predispone perciò ad accogliere in grembo le fatidiche tredici mensilità, superiori a duemila euri (con qualche piccola lamentela: c’è chi ha fatto meglio, mi dice). Mi ha anticipato, col consueto sorrisetto di compatimento (l’idiota sono io, insomma), che si dedicherà alla terra. I figli, peraltro, son già sistemati: nell’Esercito, grazie (pare) a certe quote ministeriali riservate a chi ha parenti in servizio. La moglie possiede un avviato negozio di abbigliamento. Tre nipoti grassi e sgambettanti allietano vieppiù la sua riuscita esistenza. Quando lui partì, decenni fa, tutti noi liceali subivamo gli ammonimenti PolCor, continui e insistiti: per avere un’occupazione remunerativa occorre studiare, e no, non certo fermarsi alla laurea … la specializzazione, ci vuole, e sempre più specializzazione … la specializzazione, infatti, è il primo gradino verso la pienezza e la realizzazione economica, personale e sociale …
Ho qualche dubbio sulla reincarnazione.
Se esiste io ho già deciso: nella nuova vita farò il suonatore di bonghi.

Alceste

Fonte: http://pauperclass.myblog.it

Link: http://pauperclass.myblog.it/2017/05/03/idioti-in-marcia-la-merde-alceste/

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Come Don Chisciotte
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