Misteri

IL MISTERO DEL CALCESTRUZZO DEGLI ANTICHI a cura di Lucio Tarzariol

IL MISTERO DEL CALCESTRUZZO DEGLI ANTICHI a cura di Lucio Tarzariol

Alien races; https://www.youtube.com/channel/UCSaZQZpz82vvtTOLsVpMXYA

Per quanto ne sappiamo l’invenzione del calcestruzzo è una scoperta relativamente recente. Infatti fu solo nella seconda metà del settecento che iniziarono i presupposti che portarono alla scoperta del calcestruzzo moderno. L’utilizzo del legante  in senso generico, invece, fu usato già nelle costruzioni egizie intorno al 3000 a.c, in quelle mesopotamiche nel 2500 a.c, in quelle delle culture precolombiane come nelle culture Inca, Maya ecc. che erano solite aggiungere fibre vegetali al loro vasellame per impedire che si crepassero durante la fase di asciugatura al sole e infine anche in quelle romane. Infatti le primordiali forme di calcestruzzo così come lo conosciamo oggi possono essere ricondotte proprio alla “opus caementicium”: una tecnica costruttiva usata dagli antichi romani più di 2000 anni fa. Infatti i Romani usavano come legante prevalentemente la calce aerea. Fino a quando il legante della malta era costituito soltanto dalla calce aerea, l’indurimento del calcestruzzo avveniva con estrema lentezza, poiché il consolidamento di una malta a base di calce è dovuto alla reazione dell’idrossido di calcio con l’anidride carbonica presente nell’aria, con la successiva produzione di carbonato di calcio.

Fu l’ingegnere britannico John Smeaton il primo ad usare un nuovo tipo di calce, chiamata “calce idraulica”, ottenuta cuocendo calcare con una certa quantità di impurezze argillose. Dopo alcune sperimentazioni, un industriale americano riuscì anche produrre nel 1824 un cemento ad altissime prestazioni. Mentre per la cottura della calce idraulica si richiedono 600 – 700 °C, si devono raggiungere i 1450 °C per ottenere i cementi a lenta presa, poiché deve prodursi un principio di vetrificazione. Fu solo nel 1860 che M. Chatelier stabilì la composizione chimica del cemento consentendo la produzione industrializzata del calcestruzzo, dando il via alla produzione industriale del calcestruzzo che conosciamo.

Quello che cercherò di provare con questo articolo è il fatto che già le antiche culture usavano i calcestruzzi artificiali per costruire i loro edifici, le loro strade e alcune delle loro opere d’arte che noi oggi crediamo siano di graniti o pietra naturale. Nello specifico qui si indaga sulle culture precolombiane, sulla cultura egizia e romana.

Diciamo subito che il calcestruzzo è un materiale da costruzione formato dalla mescolanza di sabbia, ghiaia e cemento, che ben amalgamati formano una sostanza che quando è asciutta diventa dura e compatta e viene utilizzata per la fabbricazione di strade e mattoni per i più svariati edifici.

Esistono molteplici miscele di calcestruzzo con vari rapporti tra gli ingredienti principali: aggregati, cemento, acqua e additivi, ecc. Da ogni applicazione si ottiene un diverso tipo di calcestruzzo. Gli antichi usarono un’ampia varietà di miscele di calcestruzzo per le loro applicazioni, alcune fonti storiche e recenti ricerche hanno rivelato che il calcestruzzo di un tempo era migliore di quello che usiamo oggi nell’edilizia.

Come vedremmo anche quelle enormi pietre usate per le costruzioni antiche innalzate dalle prime civiltà e che ufficialmente credevamo fossero estratte dalle cave, alla luce di nuovi studi e ricerche sembrano, invece, realizzate con specifici e sconosciuti conglomerati di calcestruzzo. Cosi si spiegherebbe pure la particolare precisione millimetrica di alcuni incastri e alcune murature a volte anche ciclopiche, innalzate come fossero perfetti puzzle di pietre a  precisi incastri prefabbricati.

 

Calcestruzzi precolombiani

Per quanto riguarda l’architettura e i calcestruzzi mesoamericani, in un insieme di tradizioni e stili le civiltà precolombiane antiche hanno prodotto edifici e strutture piramidali, monumentali pubbliche, cerimoniali e urbane, dove alcune peculiari caratteristiche distintive nelle diverse fasi evolutive millenarie della loro storia fanno pensare all’uso di calcestruzzi oltre che a materiali come il legno, la paglia e la pietra calcarea. Non è un caso che i maya in Messico, oltre a usare il tezontle (una roccia leggera, vulcanica), per i loro palazzi e strutture monumentali usarono spesso ricoprire le mura di stucco o di tufo. Inoltre, per i loro ornamenti architettonici molto grandi ed elaborati usavano anche un altro particolare stucco molto resistente chiamato: “kalk” e per l’appunto, usavano anche un tipo di cemento o di calcestruzzo calcareo idraulico.

Personalmente alcuni siti precolombiani mi hanno da subito colpito non poco per le loro strutture costruttive, è il caso del sito boliviano di “Puma Punku”, dove il taglio delle pietre, pare per davvero un elemento finalizzato all’assemblaggio di strutture prefabbricate e spesso mi sono chiesto se non fosse stato una sorta di calcestruzzo analogo al granito. Guarda caso, uno studio recente ha fornito la prova che il manufatto è un complesso architettonicamente di stupefacente progettazione: nelle tre piattaforme sono dislocati massicci lastroni d’arenaria, alcuni del peso stimato di ben 130 tonnellate, tenuti insieme da un particolare tipo di malta definito, per l’appunto: “quasi un calcestruzzo” e da graffe di metallo a forma di “I”.

I blocchi di Puma Punku sono fatti di granito e di diorite. La diorite è una roccia di origine vulcanica dura quasi come il diamante: le cave di diorite più vicine al sito si trovano ad oltre 60 km di distanza, il che pone molte domande. Il professor Joseph Davidovits ha già risposto ad alcuni interrogativi, in un discorso pronunciato al Geopolymer Camp 2018 dal titolo: “Programma di ricerca congiunto condotto dall’Istituto dei geopolimeri e l’Università Cattolica San Pablo, Arequipa, Perù, primi risultati scientifici sui monumenti megalitici di Tiahuanaco / Pumapunku (Tiwanaku), Bolivia “.

Davidovits sostiene che i monumenti di Tiahuanaco sono fatti di pietre artificiali. Tiahuanaco sorge poco distante da Pumapunku, sulle sponde del lago Titicaca in Bolivia ed è noto in tutto il mondo per la sua maestosa Puerta del Sol, per l’appunto, per le rovine di templi, per la piramide e i giganteschi blocchi di arenaria rossa. I primi risultati di questa ricerca sono stati recentemente pubblicati nelle principali riviste scientifiche internazionali. Le pietre sono artificiali e sono state formate come cemento, ma non si tratta di un cemento moderno, è un cemento geologico naturale ottenuto tramite geosintesi.
Questi processi non sono difficili da padroneggiare, hanno spiegato i ricercatori. È un’estensione della conoscenza degli abitanti di Tiwanaku in materia di ceramiche, leganti minerali, pigmenti e, soprattutto, della conoscenza del loro ambiente. In poche parole: “Hanno preso roccia friabile ed erosa, come l’arenaria rossa dalla vicina montagna, da un lato, e dall’altro, il tufo non consolidato dal vicino vulcano Cerro Kapia in Perù, per formare l’andesite. La stessa argilla rossa che a Tiwuanaku veniva usata per le ceramiche, più sali di carbonato di sodio dalla Laguna Cachinel deserto dell’Altipiano a sud, ed ecco formata un’arenaria rossa. Per l’andesite grigia, hanno inventato un legante organo-minerale a base di acidi organici naturali estratti da piante locali e altri reagenti naturali. Questo cemento è stato poi versato in stampi di varie forme, anche in legno, e lasciato indurire per alcuni mesi”.

Il professor Joseph Davidovit chiarisce che senza una conoscenza approfondita della chimica dei geopolimeri, che studia la formazione di queste rocce mediante la geosintesi, è difficile riconoscere la natura artificiale delle pietre, ecco perché molti archeologi sono stati ingannati e hanno pensato che le pietre fossero naturali.

Un’altra curiosità costruttiva, che mi ha fatto pensare, la ritroviamo a Teotihuacán, in Messico, dove le indagini archeologiche eseguite sul sito, hanno portato, addirittura, alla scoperta di un esteso uso di “mica” da parte dei costruttori del sito, un minerale ora usato come isolante e presente solo in Brasile, a 5 mila km di distanza e anche qui le domande non mancherebbero.

Tutto ciò fa sottendere una probabile conoscenza tecnologica sconosciuta finora non sospettata e usata per scopi ora solo ipotizzabili.

Altro interessante sito è Machu Picchu in Perù, il sito archeologico Inca più famoso che sorge nella valle dell’Urubamba. Il nome stesso significa “vecchia montagna” e sorge a 2.453 m di altitudine ed è una vera e propria città antica, circondata da templi, terrazzamenti, canali d’acqua e suddivisa in settori.

Ebbene, anche qui, secondo alcuni ricercatori una parte di quei blocchi non è di granito ma di calcestruzzo. Se si pensa alle costruzioni megalitiche di Machu Picchu, non si può non rimanere sorpresi e chiedersi come sia stato possibile costruire simili opere su una cima così impervia? Come sia stato possibile trasportare blocchi pesanti centinaia di tonnellate su una montagna? E non solo; molti di questi blocchi sembrano sagomati in serie o in modo particolare, in maniera da potersi incastrare perfettamente con blocchi complementari.

A tal proposito, lo studioso Peter Tompkins in un’intervista concessa a “Stargate Linea di confine”, ha parlato dell’esistenza di una erba rossa alta più o meno 25 centimetri, capace di sciogliere la pietra e poi di riaggregarla nella forma voluta. L’idea è che gli antichi conoscendo tale pianta, costruivano dei cassoni, li riempivano di ciottoli poi ci buttavano un estratto di questa pianta che trasformava le pietre in forma liquida e poi aspettavano che il tutto ritornasse in forma solida. Così facendo, avevano a disposizione blocchi enormi della forma voluta e nel posto voluto.

Giustamente, alcuni sostengono che il problema di questa teoria è dimostrare l’esistenza di questa erba rossa. Lo studioso ha citato alcune testimonianze scritte e da lui ritrovate. La prima di questa risale a circa 2 secoli fa ed è una leggenda riportata da un viaggiatore statunitense di Boston che racconta di come erano costruiti i grandi templi mesoamericani grazie all’utilizzo di una pianta misteriosa. Una seconda testimonianza risale all’inizio del 900 e vede protagonista un inglese. In un suo viaggio a cavallo è costretto a proseguire a piedi perché il cavallo si è azzoppato. Chiaramente indossa degli speroni, ma questi misteriosamente si dissolvono nell’attraversamento di un prato di erba rossa. Un altro racconto riporta le ricerche di un prete che ha passato gran parte della propria vita alla ricerca di un misterioso uccello, il pito, di dimensioni molto piccole che ha la particolarità di scavare il proprio nido nella roccia con l’ausilio della nostra erba rossa. Il pito prende in bocca un pezzo di erba rossa e lo strofina nella roccia che pian piano si dissolve fino a formare una cavità adatta a contenere il suo nido. Queste sono le testimonianze storiche, ma esiste un ulteriore prova anche se indiretta. Questa prova ci giunge, per l’appunto dal già citato ingegnere francese Joseph Davidovits, studioso di agglomerati che è riuscito a realizzare delle rocce calcare pesanti tonnellate partendo da calcare sbriciolato.  Come vedremmo di seguito più specificatamente, ha studiato la sabbia di Giza ed ha constatato che è di tipo argilloso e partendo da quest’elemento e aggiungendovi un sale, della calce e dell’acqua ha realizzato dei blocchi del tutto simili a quelli delle grandi piramidi. Da notare che ha utilizzato “ingredienti” conosciuti agli antichi egizi, e quindi è pensabile che abbiano potuto inventare questo sistema. Per il momento è interessante constatare che l’esperimento sembra confermare, anche se in maniera indiretta l’ipotesi di Tompinks. Le differenze fra le due tecnologie ci sono, da una parte un calcestruzzo inventato dall’uomo, dall’altra parte una erba particolare capace di sciogliere le pietre. Ora bisogna attendere la prova definitiva, cioè il ritrovamento di questa pianta, sperando che nel frattempo non sia estinta. In effetti considerando il gran numero di opere megalitiche realizzate dai popoli mesoamericani è ipotizzabile un massiccio sfruttamento di questa erba che l’ha portata a sopravvivere solo in posti più impervi. Il ritrovamento di questa erba cambierebbe notevolmente le nostre teorie sui popoli antichi e ciò che ora sembra assurdo tornerebbe ad avere una spiegazione razionale e scientifica.

Ovvio che queste interpretazioni non sono le sole; ad esempio c’è chi crede che le mura megalitiche delle Ande centrali siano invece, state realizzate con una tecnica più semplice, in cui venivano impiegati strumenti di natura litica usati per la sagomatura dei blocchi, e le tecniche successive, invece, avrebbero permesso il realizzo di incastri e assemblaggi più precisi con pietre grezze più voluminose. Questa transizione sarebbe stata possibile solo con l’introduzione di utensili di bronzo. Detto ciò, a tal proposito, alcuni hanno esposto le ragioni per sostenere che l’invenzione di questa lega deve essere fatta risalire a più di 12000 anni fa.

 

 

Gli stampi precolombiani per le sculture e per i tessuti rivelano che tale conoscenza era attuale e conosciuta al tempo, per cui questi popoli potrebbero benissimo averla usata per scopi costruttivi.

Machu Picchu.

Calcestruzzi Egizi

Gli egizi costruirono templi e piramidi millenari che sfidano il tempo, dimostrando una grande conoscenza costruttiva. Solo di recente siamo venuti a sapere che già nel terzo millennio, nell’antico Egitto si produceva una malta a base di gesso usata per costruire i templi, le case, i muri e le recinzioni.

Non a caso oggi, nuovi studi condotti da ricercatori prestati all’archeologia rivelano sorprendenti aspetti che fanno pensare che sofisticatissime tecnologie fossero in uso presso questa cultura. Anche in queste ricerca primeggia il nome di Joseph Davidovits, direttore dell’Istituto di Scienze dei Materiali Geopolimeri di San Quentin, in Francia, che più di due decenni fa, rivelò che le pietre delle piramidi erano state realizzate con una forma molto precoce di calcestruzzo composto da una miscela di calcare, argilla, calce e acqua. Nello specifico fu nel 1979, al 2° congresso internazionale degli egittologhi a Grenoble, Francia, che il Professor Joseph Davidovits presentò le sue due conferenze; la prima presentava l’ipotesi che i Blocchi delle piramidi d’Egitto siano stai colati come del calcestruzzo invece di essere stati tagliati su misura. La seconda conferenza sottolineò che i vasi di pietra dura dell’antichità erano fatti di una pietra dura sintetica fluidificata e fatte dalla mano dell’uomo.

Inoltre, nella sua ricerca, e dopo aver effettuato delle analisi chimiche, analisi ai raggi X ed allo spettroscopio magnetico nuclerae (MAS-NMR) sui materiali in cemento, egli concluse che pure il cemento romano ed i blocchi della grande piramide sono il risultato di una reazione geopolimerica, in altri termini, una geosintesi. Oltre alle analisi, pare vi siano pure fonti antiche scritte a dimostrare tale verità. A tal proposito assume importanza la nota “Stele della Carestia”, questo blocco di pietra  secondo gli studiosi, venne scolpito in epoca relativamente recente, durante le dinastie Tolemaiche circa 200 a.C., ma certi indizi indicano che possa essere in parte la ritrascrizione di documenti molto più remoti risalenti, addirittura, all’Antico Regno (2.750 a.C..

Secondo le interpretazioni date, per l’appunto da studiosi come Davidovits e altri, la stelle tratterrebbe le istruzioni date ad Imhotep dal dio Knuhm per la costruzione di templi ed edifici, infatti, non menzionano neanche una volta l’utilizzo di blocchi di granito, sabbia o fango. L’iscrizione ci presenta inoltre un sogno (colonna 19) che Zoser ebbe grazie all’intervento del dio, in cui al posto delle pietre, per la costruzione vengono dati riferimenti precisi per l’utilizzo di “minerali per la costruzione in loco di pietre”. “Dai tempi antichi nessuno li ha più utilizzati per costruire i templi degli dei…”, così il dio Knuhm si riferisce al giovane faraone dandogli inoltre riferimenti quantomeno curiosi per la costruzione di edifici e della propria sepoltura. Nel sogno, Zoser riceve infatti una lista di minerali che molte traduzioni non avevano precedentemente interpretato dal geroglifico per la grande difficoltà nell’identificarle. Secondo ricercatori come Joseph Davidovits risiederebbe proprio in questi passi la chiave fondamentale per poter acquisire una nuova conoscenza delle tecniche di costruzione anticamente utilizzate in Egitto.

Grazie al fondamentale aiuto di un team di ricercatori, traduttori ed egittologi Davidovits ha iniziato a studiare gli antichi termini geroglifici contenuti nel testo ottenendo dei “riferimenti chiave” che con estrema difficoltà hanno permesso di ottenere un testo coerente e soprattutto “funzionale”. La nuova interpretazione della Stele della Carestia effettuata da Davidovits ha cercato di spiegare come il faraone Zoser, che costruì la prima piramide conosciuta dell’Egitto nel 2.750 a.C., fosse stato “istruito” per la “costruzione di pietre” (ARI-KAT, in egiziano) attraverso un procedimento che oggi potremmo definire di tipo chimico. Quando risultati di queste ricerche furono disponibili al grande pubblico di studiosi e di appassionati, si ebbe modo di assistere ad una vera e propria rivolta del mondo accademico nei confronti di un ricercatore che non era un né egittologo né uno studioso del settore ma “semplicemente” un chimico con una specializzazione in geopolimeri.  Oggi pare altri studiosi confermino tale ipotesi. Infatti, l’americano Michel Barsoum, scienziato e ingegnere dei materiali, attualmente professore illustre alla Drexel University, ci fa sapere . “Se le piramidi sono state effettivamente costruite così, qualcuno avrebbe potuto dimostrarlo al di là di ogni dubbio passando poche ore al microscopio elettronico”. Si è scoperto che nessuno aveva mai dimostrato la teoria. Barsoum decide di imbarcarsi nella ricerca e un anno e mezzo più tardi, dopo le osservazioni al microscopio a scansione e altri test, cominciò a trarre alcune conclusioni sconcertanti sulle piramidi. Le osservazioni erano effettivamente coerenti con l’idea del calcestruzzo, ma il legame del cemento calcareo era con il biossido di silicio e ricco di magnesio silicato. Inoltre, le pietre del rivestimento esterno e interno della piramide mostravano entrambe una struttura amorfa, cioè i loro atomi non erano disposti in una struttura regolare e periodica. Lo stato amorfo, in qualche modo intermedio tra il solido e il liquido, è poco frequente in natura, quasi assente: la maggior parte dei solidi sono naturalmente cristallini e le loro molecole sono disposte con un ordine a lungo raggio che definisce un reticolo cristallino. “È molto improbabile che le pietre del rivestimento interno e esterno che abbiamo esaminato siano stati ricavati da un blocco di calcare naturale”. Più sorprendentemente, Barsoum ha poi scoperto la presenza di sferule di biossido di silicio su scala nanometrica (con diametri nell’ordine di miliardesimi di metro), fatto che conferma ulteriormente che i blocchi non sono di origine naturale. “È ironico che intere generazioni di egittologi e geologi siano stati ingannati dai blocchi, realizzato in maniera così fedele da sembrare calcare naturale”, spiega Barsoum. “Gli antichi egizi sapevano produrre nanotecnologie”.

Detto ciò, a questo punto, è curioso documentare che lo storico greco  Erodoto 430 a.C.) considerato da Cicerone il padre della storia, non sostenne mai che la muratura del nucleo fosse pietra calcare locale, e che i blocchi della piramide venissero scavati. Egli dichiarò che le pietre (non necessariamente blocchi estratti, ma forse detriti di pietrisco) furono portate sul luogo dalla sponda orientale del Nilo.

Ecco un estratto dal racconto di Erodoto:

“La piramide fu realizzata a gradini, detti crossai da alcuni e bomides da altri. Quando la ebbero costruita così, con macchine di corti legni sollevarono le pietre rimanenti dal livello del suolo al primo ripiano. Dopo che era stata alzata sul primo la pietra veniva affidata a una seconda macchina posta sul primo ripiano, e questa la sollevava fino al secondo gradino su una terza macchina: le macchine erano in numero pari ai gradini, ma poteva anche esserci un unico macchinario, sempre lo stesso, facilmente trasportabile da un ripiano all’altro, ogni volta che la pietra fosse stata levata. Devo riferire entrambe le versioni perché entrambe vengono narrate”.  Il termine meccano, usato da Erodoto, è un termine generico che indica un tipo di congegno. Se la parola meccano viene tradotta per indicare uno strumento come uno stampo (piccolo, vuoto e di legno), tutta la descrizione risulta sensata. Rivediamo il testo in questo modo: “…Quando la ebbero costruita così, con stampi di corti legni sollevarono le pietre rimanenti dal livello del suolo al primo ripiano. Dopo che era stata alzata sul primo la pietra veniva affidata a un secondo stampo posto sul primo ripiano, e questa la sollevava fino al secondo gradino su un terzo stampo: gli stampi erano in numero pari ai gradini, ma poteva anche esserci un unico stampo, sempre lo stesso, facilmente trasportabile da un ripiano all’altro, ogni volta che la pietra fosse stata levata. Devo riferire entrambe le versioni perché entrambe vengono narrate”. Secondo alcuni ricercatori uno stampo può essere considerato come un attrezzo o un dispositivo. Perciò, se Erodoto non avesse conosciuto il termine “stampo”, avrebbe usato il termine più generale, “meccano”. Questi stampi in legno venivano utilizzati in Egitto, in varie misure, come attrezzi di modellamento per contenere il calcestruzzo dandogli la forma del blocco, fino alla sua asciugatura.

Erodoto.

Nel libro alla riscoperta delle piramidi egizie di Moustafa Gadalla vengono messe in evidenza molte prove che supportano la tesi che i blocchi per la costruzione delle piramidi siano stati colati.

Innanzi tutto è da far notare che in un impasto di calcestruzzo, le bolle d’aria e un eccesso di legante acquoso salgono in superficie conferendo una forma più debole e leggera. Il ruvido strato superiore rimane più o meno sempre della stessa dimensione, a prescindere dall’altezza del blocco.

Questo fenomeno è presente in tutte le piramidi e i templi di Giza: quello cioè delle parti superiori leggere, segnate dalle intemperie e fragili, che indicano l’uso di calcestruzzo gettato, e non di pietra naturale. Inoltre i blocchi sintetici sono costituiti essenzialmente dal 90-95% circa di detriti di pietra calcarea e dal 5-10% di cemento.

È ben noto che la malta di cemento silico-alluminato degli antichi Egizi è molto superiore alla malta di gesso di oggi. Mescolando l’antica malta di alta qualità con il calcare conchilifero, gli Egizi riuscirono a produrre un calcestruzzo di alto livello. In Egitto abbondano tutti gli ingredienti necessari per realizzare un calcestruzzo sintetico non soggetto a un restringimento significativo. Inoltre pare che Esistono innumerevoli miscele di calcestruzzo con vari rapporti tra gli ingredienti principali: aggregati, cemento, acqua e additivi. Ogni applicazione richiede un diverso tipo di calcestruzzo che veniva realizzato in base all’utilizzo interno, esterno per rivestimenti, pavimentazioni ecc. La muratura del nucleo delle piramidi era rivestita di blocchi di copertura, fatti di calcestruzzo a grana fine, che dovevano brillare sotto il sole. Per completare il quadro della situazione ricordo che

ci sono circa dieci lunghezze standard nei blocchi usati nella piramide ed è difficile riuscire a intagliare tali dimensioni in modo perfettamente uniforme, pertanto la logica vuole che vi fossero stampi standard per il calcestruzzo. Inoltre, un altro fatto che conferma tale ipotesi è la lunghezza di alcuni blocchi: nelle piramidi, quelli più lunghi hanno sempre la stessa lunghezza. Si tratta di una prova estremamente solida a favore dell’uso di stampi. Del resto è notizia recente del 2018 che  gli scienziati dei materiali del Massachusetts Institute of Technology si sono convinti che la teoria tradizionale sulla costruzione delle piramidi, quella che racconta di giganteschi blocchi di pietra trascinati da migliaia di schiavi, sia solo parte della storia. Una percentuale consistente dei blocchi, pari al 10 o 20%, potrebbe in realtà essere stata realizzata con colate di un cemento ricavato da materiali locali, impastato fino a ottenere un primitivo calcestruzzo. Il tutto secoli prima che i romani dimostrassero le loro doti del cemento innalzando edifici.

Eggitto,Osireion

Calcestruzzi romani

I romani concepirono il loro “opus caementicium”: una tecnica costruttiva millenaria basata sull’utilizzo di calce aerea per la produzione di malte da costruzione, perfezionata in seguito con l’introduzione di pozzolana nel composto come legante, nacquero così le malte idrauliche. Di recente è venuta a galla la scoperta che gli antichi Romani erano a conoscenza di un tecnica che rendeva il loro calcestruzzo molto più resistente e durevole di quello in uso ora nelle odierne opere di ingegneria civile. Infatti il calcestruzzo moderno è destinato a danneggiarsi in meno di 50 anni, ne sono prova i vari crolli che hanno fatto cronaca in questi anni. Eppure se ci guardiamo attorno vediamo le rovine monumentali  degli antichi romani e notiamo che molte di esse sono ancora in piedi, nonostante siano trascorsi circa due millenni.

Scienziati e ricercatori si sono a lungo interrogati sulla ragione di tutta questa “longevità” e sono arrivati a delle conclusioni molti interessanti: gli Antichi Romani erano soliti utilizzare un ingrediente speciale che rafforzava il cemento nel corso del tempo, anziché indebolirlo. Gli esperti sono venuti a conoscenza di un’antica ricetta per la malta, messa a punto dall’ingegnere romano Marco Vitruvio nel 30 A.C; essa comprendeva la miscela di cenere vulcanica, ossido di calce a acqua di mare, mescolata con rocce vulcaniche e pressata con stampi di legno immersi in acqua di mare.

Storicamente, è possibile risalire alla lunga durata del calcestruzzo romano; ne è un esempio questa nota criptica scritta nel 79 A.C., nella quale il calcestruzzo era descritto come “una singola pietra impregnabile nelle onde e più forte giorno dopo giorno”.

Per rendere meglio l’idea di questa frase, alcuni ricercatori hanno studiato i fori di un porto romano nella baia di Pozzuoli, vicino a Napoli. Dopo averli analizzati, gli studiosi hanno scoperto che l’acqua di mare aveva sciolto i componenti della cenere vulcanica, consentendo a nuovi minerali di crescere e legare fra loro. In meno di un decennio, nel calcestruzzo si era formato un minerale idrotermale molto raro chiamato Al-tobermorite (alluminio-tobermorite). Questo minerale ha permesso alla struttura di diventare sempre più solida, impedendo alle crepe di propagarsi ed ingrandirsi. Infatti già Vitruvio e più tardi Plinio il Vecchio scrissero che il miglior cemento marittimo era fatto con la cenere dalle regioni vulcaniche del golfo di Napoli, in particolare dai siti nei pressi dell’odierna Pozzuoli.

Di recente un nuovo studio dell’Università dello Utah rivela la formula del materiale a basso impatto ambientale basato proprio su un mix di cenere vulcanica, malta, tufo. Ma a rendere così resistente le costruzioni di duemila anni fa è stata proprio l’acqua di mare. In un articolo di Giacomo Talignani del 04 luglio 2017  si afferma che la geologa e geofisica statunitense Marie Jackson, analizzando per esempio i Mercati di Traiano o il porto romano della baia di Pozzuoli a Napoli, ha cercato di ricostruire la ricetta andata perduta con cui i nostri predecessori realizzavano le loro costruzioni: a più riprese è arrivata alla conclusione che il segreto fosse da ricercare proprio nel mix fra cenere vulcanica, malta, tufo e acqua con cui venivano realizzate le opere

 

Calcestruzzi bosniaci

Anche le piramidi bosniache rivelano la loro natura artificiale. Di recente analisi fatte eseguire al Politecnico di Torino confermano l’origine non naturale della misteriosa Piramide del Sole di Visoko in Bosnia. Nello specifico si ha confermato che la Piramide del Sole fu costruita con cemento artificiale. I campioni di arenaria e blocchi di conglomerato raccolti la scorsa estate in Bosnia presso la Piramide del Sole furono prodotti artificialmente dall’uomo mescolando e lavorando diversi materiali. Nella nuova analisi effettuate dal Dipartimento di chimica del Politecnico di Torino, sia l’analisi chimica che diffrattometrica confermano che il materiale raccolto simile al cemento consiste di materiale inerte e poroso che pare simile all’antico calcestruzzo romano. Dall’analisi del laboratorio è inoltre emerso che i campioni di arenaria raccolti dalla copertura degli strati di cemento (l’involucro esterno) dalla Piramide del Sole in Bosnia, hanno la stessa composizione del calcestruzzo stesso. L’unica differenza consiste nel materiale inerte utilizzato per la fabbricazione, che risulta molto più piccolo (a grana fine). Il rapporto specifica che anche gli aggregati che tengono assieme il calcestruzzo (inclusa l’arenaria – l’involucro) sembrano essere frutto del riscaldamento ad alta temperatura di argilla (caolinite e muscovite) e materiali calcarei (dolomite calcite), elementi tipici dei processi dell’industria chimica, che trasforma i minerali in cemento per costruzione. Dopo le conferme del Kemal Kepetanovic Institute presso l’Università di Zenica e l’Istituto francese Geopolymer guidata, per l’appunto dal noto ingegnere Joseph Davidovits, un altro riconoscimento indipendente proveniente da un istituto riconosciuto ha confermato l’uso di materiali artificiali per la costruzione delle Piramidi Bosniache. Fonti: http://www.greatdreams.com/bosnia/bosnia_pyramid.htm- Articolo originale bosnian-pyramid.com.

  Concludo dicendo, come fu mio sospetto, probabilmente molte opere delle antiche culture che hanno primeggiato nel nostro pianeta, furono progettate con precise misure di geometria aurea come il cubito sacro e realizzate con materiali e calcestruzzi specifici, formule rivelate da una società evoluta e creduta divina; questo sta trapelando dalla traduzione della “Stelle della Carestia” e dai studi di Joseph Davidovits. Solo ciò spiegherebbe la maestosità di alcune costruzioni, la precisione delle incisioni, dei templi e delle sculture viste così sotto un altro punto di vista più tecnologico che artigianale. Ciò apre non poco la strada anche alle mie teorie sulle costruzioni antiche, finora ritenute azzardate dalla maggioranza. Consiglio a tal proposito, il mio libro: Gli Istruttori cosmici dell’umanità di Lucio Tarzariol, edito dalla Gilgamesh Edizioni.

 

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