La scienza cerca gli alieni con Newton e Leopardi

L’idea che la vita sulla Terra sia stata portata da creature provenienti da un altro pianeta è comune ai miti e alle leggende di quasi tutte le civiltà del passato.

Da certezza condivisa e tramandata nelle società arcaiche, la possibilità di una vita extraterrestre è diventata una ipotesi scientifica al vaglio della comunità internazionale di fisici, astronomi e matematici, che hanno impostato programmi e avviato ricerche per verificarne la fondatezza. Il filosofo della scienza Giulio Giorello ha scritto, insieme con il fisico Elio Sindoni, un saggio sulla ricerca della vita intelligente nell’Universo intitolato Un mondo di mondi (Raffaello Cortina Editore, pagg. 142, euro 16), in cui analizza le ipotesi aperte dalla caccia all’extraterrestre.

Professor Giorello, che cosa possono dirci oggi un fisico e un filosofo della scienza sull’ipotesi dell’origine extraterrestre della vita?

«Innanzitutto che a questa domanda non c’è ancora una risposta. Ciononostante, non dobbiamo mai smettere di cercare, consapevoli che ci avventuriamo in un territorio molto difficile e delicato, che non fu indagato nemmeno da Darwin. Infatti, quando scrisse il trattato sull’origine delle specie, non si chiese quale fosse l’origine della vita, che è una delle domande più affascinanti e più difficili a cui, in ogni tempo, provarono a rispondere scienziati, filosofi e letterati».

Quindi, la materia non è riservata ai soli scienziati…

«Beh, uno dei primi a occuparsene in modo scientifico fu un filosofo presocratico, Anassagora, il quale con la teoria della panspermia ipotizzò che i semi della vita fossero presenti, in numero infinito, in tutto l’Universo. Dopo di lui, oltre a scienziati come Copernico e Galileo, Keplero e Newton, a interrogarsi sulle ipotesi di vita diversa da quella che conosciamo sul nostro pianeta furono anche molti letterati, dall’Ariosto a Edmond Rostand, da Shakespeare al nostro Leopardi, ambedue tra i miei poeti preferiti».

Non condivide, dunque, l’idea che una irriducibile diversità contrapponga letterati e scienziati?

«No, non direi, soprattutto visti i tentativi di conciliazione provenienti dalla cultura moderna, a partire dall’intuizione molto interessante di Giacomo Leopardi, un patito dell’astronomia, fortemente affascinato da chi aveva rinnovato la cultura astronomica, come Copernico e Newton, che lui definisce esploratori dell’Universo e delle sue leggi esattamente come Magellano, invece, lo fu del globo terrestre».

Quando parliamo di vita intelligente, ne abbiamo una definizione precisa?

«Sono due parole molto complesse, anche perché potremmo ipotizzare l’esistenza di forme di una vita talmente diversa da essere inimmaginabile. Le leggi fisiche sono uguali per tutto l’Universo, ma non sappiamo se questo vale anche per le leggi biologiche. Questo non ha fermato la ricerca scientifica – scientifica, ripeto! – della vita nello spazio. A questo proposito, nel libro raccontiamo i tentativi effettuati da una scienza che nacque alcuni decenni fa, e che prende il nome di bioastronomia o esobiologia. Da quasi quarant’anni un organismo ufficiale, la International Astronomical Union’s Commission, indaga sulle possibilità di vita extraterrestre».

Con quali risultati?

«Siamo passati dalla possibilità di vita extraterrestre alla probabilità di essa. Fin dagli anni ’60, un astrofisico americano, Frank Drake, che sia io che Sindoni incontrammo più volte, è un entusiasta promotore del tentativo di entrare in contatto con forme di vita intelligente su altri pianeti che, essendo extrasolari, sono molto, forse troppo lontani per avviare un dialogo con loro, ammesso che esistano. Margherita Hack espresse più o meno la stessa idea: la vita nella nostra galassia esiste, probabilmente esisteranno pianeti abitati da esseri viventi e intelligenti, ma è improbabile che abbiano contatti con noi in tempi ragionevoli…».

Che cosa possiamo fare, dunque?

«Ripeto: mai smettere di cercare, dato che la ricerca è sempre un bene, anche se rimane solo a livello teorico. Ci cambierebbe molto l’idea che esistano esseri intelligenti su qualche pianeta extrasolare, in qualche modo ci sprovincializzerebbe, però, un conto è ipotizzare la loro esistenza, un conto è trovarli. Non guardiamo, Sindoni e io, a pseudo resti di ipotetici marziani che qualcuno ritiene aver trovato in qualche deserto americano. A questo proposito, non ci sono, finora, prove empiriche. Aggiungo che non è neppure detto, anzi, è molto improbabile, che l’eventuale vita extraterrestre sia simile alla nostra. L’idea di esseri antropomorfi è ridicola, ed è probabilmente dettata dalla voglia di riprendersi una rivincita su Copernico, che aveva tolto la Terra dal centro del mondo, mentre noi, con l’idea di un antropomorfismo extraterrestre, riaffermiamo la nostra centralità come specie».

Niente prove empiriche, scarse probabilità di trovare vita extraterrestre. Qual è allora la ragione di occuparsi di questo argomento?

«È una grande avventura umana che merita di essere raccontata. Ci riporta alla domanda su noi stessi, sul significato che diamo alla nostra esistenza e a quello che crediamo di essere; nel caso specifico, Sindoni è un credente, io no, però entrambi siamo sempre pronti a rivedere le nostre posizioni, che qui abbiamo cercato di esporre nel modo più chiaro e semplice possibile».

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