Perché la nuova Guerra Fredda è più pericolosa di quella precedente

La discutibile narrazione ufficiale della Guerra Fredda rende attualmente la guerra con la Russia più probabile di quanto sia stata durante i precedenti 40 anni.

Il Redattore del Nation Stephen F. Cohen ed il conduttore radiofonico John Batchelor continuano le loro discussioni settimanali sulla nuova guerra fredda tra gli USA e la Russia. (Lo show è arrivato alla quarta edizione, le puntate precedenti possono essere trovate qui).

Cohen ricorda che nel 2014, quando scoppiò la crisi ucraina, egli pose l’accento sul fatto che la nuova Guerra Fredda, per diverse ragioni, potrebbe essere più pericolosa di quanto sia stata quella che l’ha preceduta di 40 anni. L’epicentro politico di questa Guerra Fredda si trova sul confine Russo, innanzitutto in Ucraina e poi nella regione baltica, mentre in precedenza era situato nella lontana Berlino. Le regole di condotta reciproca, sviluppatesi dopo la crisi dei missili di Cuba del 1962, sono ora state disattese.

E la virulenta demonizzazione del Presidente russo Vladimir Putin rappresenta un elemento di tensione, a differenza di qualsiasi altra “scomunica” dei leader sovietici precedenti, od almeno certamente da dopo Stalin in avanti.

Cohen non previde però lo sviluppo di un fattore estremamente pericoloso ed in gran parte assente durante la precedente Guerra Fredda: le ricostruzioni dei fatti ritenute “ortodosse” dagli statunitensi, che vengono promosse in modo acritico dai media mainstream, ed i cui “dati” rimangono discutibili pur influenzando direttamente le politiche di Washington, in una direzione che porta al rischio della guerra con la Russia.

Cohen e Batchelor discutono su alcuni di questi “dati”, che sono per lo più personali asserzioni di chi li sostiene, e non prove concrete: – Putin intervenne nelle elezioni presidenziali americane del 2016 in un modo che ha contribuito a portare il Presidente Trump alla Casa Bianca, i “soci” di Trump, e forse il Presidente stesso, erano “collusi” con il Cremlino in questo “dirottamento della Democrazia americana”.

Cohen sottolinea che non esiste ancora alcuna prova forense in merito al fatto che il Cremlino abbia rubato e diffuso le e-mail di Hillary Clinton, non ci sono ragioni per presumere che gli elettori americani siano dei cittadini-zombie mossi dalla “propaganda” russa, e nessun motivo per concludere che i soci di Trump che avevano rapporti commerciali con i russi – così come migliaia di americani – fossero d’accordo con essi a fini sovversivi. Nonostante ciò, questa versione, che attestava “l’intervento di Putin” come un “atto di guerra”, ha generato un’atmosfera di guerra militare maccartista a Washington, che rende ogni tentativo diplomatico di risoluzione dei conflitti estremamente difficile, per non parlare della distensione Russo-Statunitense promessa da Trump durante la campagna presidenziale.

Peggio ancora, la narrazione secondo cui Putin avrebbe dirottato le elezioni americane è ora stata estesa alle elezioni che verranno nei paesi europei alleati, ma anche su questo non ci sono prove evidenti. (L’intelligence tedesca ha intrapreso un’indagine speciale su tali affermazioni e non ha trovato nulla di speciale).

Una lunga e superficialmente dettagliata prima pagina del New York Times [18 Aprile], per esempio, ha affermato che la Russia, tentando di ripetere il successo sovversivo conseguito negli Stati Uniti, è impegnata nel promuovere il proprio candidato preferito alle elezioni presidenziali francesi e ad indebolire i suoi avversari.

Relegata alla fine della storia, i lettori possono comunque trovare la dichiarazione di uno specialista francese in merito al fatto che questa narrazione si basi su “una congettura azzardata”. Nonostante ciò, i resoconti dei media statunitensi sulla “minaccia di Putin all’Europa” sembrano ancor più allarmanti di quanto fosse il pericolo sovietico durante la Guerra Fredda precedente. Ma il focus politico attuale, sottolinea Cohen, è ora la Siria.

Qui abbiamo una narrazione caratterizzata da un doppio standard. Quando le forze russe e siriane hanno vinto la battaglia di Aleppo pochi mesi fa, i media americani hanno presentato tali interventi come dei “crimini di guerra” contro i “ribelli”, apparentemente benigni, e come una campagna indiscriminata che ha “massacrato” gli innocenti abitanti della città, inclusi i bambini.

Per altro verso, la campagna militare condotta dagli USA ed ancora in corso per prendere la città irachena di Mosul è stata presentata come una guerra di “liberazione” dai “terroristi” islamici. A dire il vero, i due atti di brutale guerra urbana sono simili e il numero delle vittime civili a Mosul potrebbe presto superare quello delle vittime di Aleppo, se non lo ha già fatto. Eppure, gli americani contrari alla politica di distensione, sostenuti dai principali media, continuano a rappresentare Putin come un “criminale di guerra”, e quindi come un partner diplomatico indegno. Infine, e più recentemente, l’alleato di

Putin, il presidente siriano Assad, è stato accusato di usare armi chimiche contro i propri cittadini. In risposta, il 6 Aprile, Trump ha ordinato un attacco missilistico su una base aerea siriana, rischiando la guerra con la stessa Russia.

Anche qui i principali media americani hanno accettato in modo acritico le prove sostenute dalla Casa Bianca per questa accusa, arrivando addirittura a lodare la reazione di Trump. Ma molti investigatori indipendenti americani hanno espresso dei seri dubbi sul rapporto della Casa Bianca, in maniera particolare il Professore dell’MIT Theodore Postol, un eminente ed altamente qualificato esperto in merito a tali questioni. Finora i media mainstream hanno fermamente ignorato i risultati di Postol e di altri scettici. Ma se le critiche mosse sono corrette nel suggerire che qualcun’altro, e non Assad, abbia messo in scena l’attacco chimico, la questione sollevata da Putin diventa pericolosamente rilevante: si è trattato di una “provocazione” avente l’intento di scatenare un conflitto militare diretto tra gli Stati Uniti e la Russia?

E se è così, come ha aggiunto Putin, dovremmo aspettarci altre provocazioni? Come risultato, la maggior parte degli osservatori, sia a Washington che a Mosca, presumono ora che tutte le prospettive di un avvicinamento tra Trump e Putin siano morte.

Cohen non ne è così sicuro, ed indica in particolare due elementi. Nonostante le aspre parole tra i due paesi, Trump e Putin si sono nuovamente astenuti dal diffamarsi personalmente l’un l’altro, e ciò suggerisce che entrambi si vedano ancora come potenziali partners diplomatici. In secondo luogo, il recente incontro tra Putin ed il Segretario di Stato Rex Tillerson, a Mosca, suggerisce che entrambe le parti stiano ancora guardando avanti e, in effetti, è in corso una silenziosa cooperazione in relazione alla Siria.

Fondamentalmente, conclude Cohen, sono due le questioni su cui Washington deve decidersi, e con una risolutezza che non ha mai adottato finora.

La prima è quale sia la minaccia numero 1 per la sicurezza americana ed internazionale oggi: la Russia o il terrorismo internazionale? Contro tutte le prove, le ragioni ed i reali interessi americani, la narrazione dominante e bipartisan della Guerra Fredda da parte degli Stati Uniti continua ad insistere sulla Russia.

Così, uno dei principali assertori di questa miope convinzione generale, il giornalista Thomas L. Friedman, ha recentemente suggerito [12 Aprile] che Trump dovrebbe abbandonare l’idea di un’alleanza con Putin in Siria e, invece, stringere per gli Stati Uniti un’alleanza con lo Stato islamico (ISIS). La seconda questione fondamentale è direttamente collegata alla prima. Putin viene regolarmente accusato di sostenere Assad invece di combattere il terrorismo in Siria. Putin ha a lungo risposto: se Assad venisse rimosso, come vorrebbe la politica statunitense, lo Stato siriano, che è fortemente personalizzato, imploderà, come è accaduto in Iraq ed in Libia, e con esso anche l’esercito siriano.

Chi, poi, chiede Putin, fornirà gli uomini sul campo contro lo Stato islamico? Nessuno a Washington ha confutato in maniera credibile il suo ragionamento, che, almeno per ora, obbliga ad una scelta: o sarà Assad a regnare su Damasco o sarà lo Stato islamico. Per la Russia, questa è una scelta esistenziale, considerata la ragguardevole minaccia che la guerra siriana rappresenta per la sua sicurezza nazionale. E, aggiunge Cohen, non solo per la Russia.

 

Stephen F. Cohen