Risalente a 13.000.000 di anni fa, la scoperta del ritrovamento fa il giro del mondo. Ecco perché…

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L’archeologia non è una scienza che studia soltanto il passato, ma dà il suo contributo in un discorso più grande che coinvolge anche il nostro presente: quello dell’evoluzione. Da questo punto di vista noi siamo un risultato (tra i molti) di una selezione naturale, non il fine ultimo. Anche le nostre civiltà lo sono, e così gli animali che ci circondano.

Quando pensiamo alla preistoria ovviamente pensiamo ai dinosauri, animali che ci affascinano fin da piccoli, suggestionati da film e ricostruzioni nei musei di tutto il mondo. Ma un altro momento preistorico cruciale è stato ovviamente quello della evoluzione umana.

Se da una parte possediamo fossili che risalgono anche a 100 milioni di anni, di scheletri dei nostri antenati scimmieschi ne abbiamo pochi. Trovare resti conservati di scimmie antropomorfe è molto complesso perché l’ambiente in cui vivevano non ha permesso la conservazione delle ossa. E così ci ritroviamo un buco storico per quanto riguarda i “nostri antenati” che va dai 23 ai 5 milioni di anni. Ci rimangono frammenti di ossa, denti e poco altro.

Le testimonianze sull’ultimo antenato comune con lo scimpanzé risalgono a 7 milioni circa di anni fa, mentre si sa poco sull’evoluzione precedente, dalle grandi scimmie (vissute fino a dieci milioni di anni prima). Ma per fortuna una scoperta eccezionale condotta in Africa ci sta aiutando a fare chiarezza. È stata realizzata nel 2014 dal cacciatore di fossili keniano John Ekusi, ma soltanto adesso è stato condotto uno studio scientifico internazionale.

Vicino al lago Turkana, in Kenya, nel sito di Napudet, è stato dissotterrato un cranio che risale a 13 milioni di anni fa. L’articolo su Nature è stato realizzato da un gruppo internazionale di ricercatori coordinati da Isaiah Nengo, della Stony Brook University, e Fred Spoor del Max Planck Institut di Lipsia.

Questa scoperta è molto importante per vari motivi. Primo: potrebbe capovolgere la versione che vuole le grandi scimmie evolversi in Eurasia. Forse si trovavano già in Africa.

I tratti di questa specie straordinaria, chiamata nyanzapiteco, ricordano quelli di un gibbone e di altre scimmie antropomorfe, ma ha i molari molto più larghi il che fa pensare si trattasse di una scimmia più grande delle altre. I suoi movimenti, secondo gli scienziati, dovevano essere molto più lenti rispetto a quelli acrobatici dei gibboni.

La piccola scatola cranica è rimasta straordinariamente intatta e ha conservato tracce della superficie esterna del cervello. Per studiarlo attentamente è stata effettuata una radiografia in 3D, realizzata grazie alla luce di sincrotrone, dallo studio di ricerca specializzato di Grenoble.

Proprio Paul Tafforeau della European Synchroton Radiation Facility ha detto: “La qualità delle immagini è stata così utile da poter stabilire dai denti che il piccolo aveva circa 1 anno e 4 mesi quando è morto”, molto probabilmente ucciso dall’eruzione di un vulcano.

Risalente a 13.000.000 di anni fa, la scoperta del ritrovamento fa il giro del mondo. Ecco perché…

Grazie agli strumenti a disposizione però si è capito come si sarebbe sviluppata la sua capacità cranica da adulto: raggiungendo i 101 millilitri (grosso più o meno come un limone; il cervello dell’uomo è 1,3 litri circa). Questo esemplare sigilla una parentela stretta sia con gli ominidi che con le grandi scimmie. Una via di mezzo di una specie che si stava evolvendo indipendentemente.

Oggi gli scienziati tengono d’occhio la zona del ritrovamento del teschio, a caccia di altri esemplari straordinariamente antichi e così ben conservati di questa specie unica.

via UfoWorld

 

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